Rosa Luxemburg, nel tempo, oggi

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«La libertà solo per i sostenitori del governo, solo per i membri di un partito – per quanto numerosi possano essere – non è libertà. La libertà è sempre libertà di chi pensa diversamente». (Rosa Luxemburg:”Freiheit nur für die Anhänger der Regierung, nur für die Mitglieder einer Partei – mögen sie noch so zahlreich sein – ist keine Freiheit. Freiheit ist immer Freiheit des Andersdenkenden.”)

Questo è vero, e lo è con un discreto grado di esattezza, per ciò che riguarda le debolezze della società. Di ogni società. Questa storia dell’io e del suo giocare a fare effetto – perché non è cresciuto! Questa brama cieca di fare colpo sempre e dappertutto, di pretendere lodi e di parlare sempre degli stessi successi. Solo se ci confrontiamo quotidianamente con le contraddizioni della vita le nostre forze possono crescere, la società può rimanere viva. Ed ecco qui la frase che ho trovato in Rosa Luxemburg, che porto con me e che mando a tutti i nostri amici: «Solo una vita non repressa e spumeggiante perviene a mille forme nuove, a improvvisazioni, ottiene forza creatrice, corregge da sola tutti i propri sbagli. Per questo la vita pubblica degli stati a libertà limitata è così misera, così disagiata, così schematica, così arida, perché escludendo la democrazia si preclude le fonti viventi di ogni ricchezza, di ogni progresso spirituale!»
(da: Maxie Wander, Ein Leben ist nicht genug. Tagebuchaufzeichnungen und Briefe – “Una vita non è abbastanza. Diari e lettere” – a cura e con una premessa di Fred Wander, Frankfurt 1990; la traduzione del brano è di Anna Maria Curci)

100 anni fa, il 15 gennaio 1919, Rosa Luxemburg fu rapita e, insieme a Karl Liebknecht, uccisa da ufficiali della Garde-Kavallerie-Schützen-Division. Dal carcere di Berlino nella Barnimstraße aveva scritto a Sonja Liebknecht il 5 agosto 1916: «Bleiben Sie tapfer und lassen Sie sich nicht niederdrücken», «Rimanga coraggiosa e non si faccia buttar giù». Raccolgo oggi, per tutti i giorni, l’invito di Rosa Luxemburg.

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Francesco Mancuso, Oriolo Romano. Un borgo da raccontare (rec. di Brunella Bassetti)

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Oriolo Romano. Un borgo da raccontare

a cura di Francesco Mancuso

Presentazione di E. Rallo – Prefazione di S. Lechiancole – Nota introduttiva di S. Risse – Introduzione e Lettera a Emiliano di F. Mancuso

Fogli di vita n. 18, Davide Ghaleb Editore, Vetralla 2018, pp. 180, Euro 12,00

         Se dovessimo raccontare la storia di Oriolo Romano secondo le categorie dello “storytelling”, gli ingredienti non mancherebbero di certo. Si potrebbe iniziare così: “C’era una volta un re illuminato che volle fondare il suo regno ideale tra boschi incantati e magici terreni. Chiamò a raccolta capannari provenienti da altri luoghi e, nel corso degli anni, per scegliere la bella tra le belle dovette combattere contro il temibile drago di San Giorgio …”, per proseguire fino ai giorni nostri mescolando, così, realtà e fantasia.

         Il nostro “acchiappa parole” biografo di comunità Francesco Mancuso, invece, lo fa con lo stile che più gli appartiene e seguendo le linee-guida della “Libera Università d’Autobiografia” di Anghiari. Come per la “Narrative Based Medicine”, raccontare di sé, recuperare la memoria del proprio passato è diventata, nel corso degli anni, “terapia” ma – soprattutto – uno strumento conoscitivo fondamentale per ri-tracciare storie che si credevano già note ed esaustive.

         In quest’epoca di presenzialismo social e digitale, dove il confine tra realtà e finzione, tra vita reale e virtuale è sempre più labile, è da apprezzare ancora di più la disponibilità delle persone intervistate a raccontare squarci della loro vita, flashback della loro infanzia, restituire – nel descriversi – anche momenti intimi di dolore, di sofferenza, di povertà, di disagio. Il risultato finale è di notevole pregio: il testo si legge piacevolmente anche grazie agli artefici descrittivi ed emozionali del nostro maestro scribacchino; ma, soprattutto, le fitte pagine suscitano curiosità e domande cui, inevitabilmente, si dovrà dare seguito. Dodici sono state le testimonianze raccolte come in una scala musicale maggiore passando per i diversi diesis e bemolle: ciascuno con la sua tonalità, con il suo registro, con il suo timbro più o meno acuto restituendo, però, nell’insieme un’immagine armonica e corale.

         L’appartenenza a una comunità nella diversità.

         Al di là del discorso “locale” o “campanilistico” (che pure ha una sua valenza e importanza storica e storiografica) ciò che ci dovrebbe far riflettere – dopo aver assaporato e quasi sentito profumi, colori, suoni, voci, odori – sono le “tematiche”, le varie “esperienze”, individuali e comunitarie, che le parole dei protagonisti ci lasciano in eredità. Così come alcuni “refrain” che, in maniera più o meno inconscia e, quindi, doppiamente significativi per il tessuto sociale, civile e produttivo del paese, hanno fatto da sfondo in diverse interviste. Solo per citarne alcuni: la fonderia Giampieri, il periodo bellico e il dopoguerra o i luoghi simbolo di questo paese, soprattutto architettonici – in primis il “Palazzo Altieri” – o naturalistici come la Faggeta, la Mola e Villa Altieri.

         Azzardandoci a percorrere un discorso più generale e che esca fuori dai confini territoriali – spaziali e temporali – di Oriolo Romano potremmo dire che “l’Italia è una Repubblica fondata sui comuni”.  Proprio partendo dalle esperienze dei piccoli centri, credo, sia possibile e urgente – oggi – ridisegnare la storia passata di questo Paese mediante la ricerca sempre più scientifica e costante di una memoria storica locale condivisa. Nello stesso tempo cercare di tracciare (o almeno tentare) le nuove coordinate di quello che potrebbe essere un futuro più sostenibile per le nuove generazioni (grazie anche a iniziative culturali di vario genere che possano diventare “volano” per favorire sempre più la partecipazione dei cittadini, di tutti i cittadini, ai vari processi di trasformazione e di evoluzione delle varie comunità in cui si vive).

         Tentare di ritrovare quegli spazi di socialità e di umanità che non sostituivano la piazza, il bar o la fraschetta, ma erano di fatto “agorà” di condivisione e di compartecipazione. Esercitare e fare “memoria” è un atto morale dovuto e, nello stesso tempo, un atto politico nel senso più nobile di questo termine.

         “Di questo ne sono certo. Se apriamo una lite tra il presente e il passato, rischiamo di perdere il futuro” … così diceva Winston Churchill.

Brunella Bassetti

(Chi ha scritto queste brevi note è legata per discendenze familiari e affettive al borgo narrato in questo delizioso e prezioso volume. Spero di esser riuscita a mantenere il giusto distacco e obiettività e quella dose di onestà intellettuale cui non bisogna mai rinunciare).

Herta Müller, Essere o non essere Ion

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Herta Müller è nata il 17 agosto 1953. Oggi, nel giorno del suo 65° compleanno, propongo la lettura del primo libro di poesie in rumeno della scrittrice alla quale fu conferito nel 2009 il premio Nobel per la letteratura. L’edizione italiana di Este sau nu este Ion (questo iil titolo originale di Essere o non essere Ion), uscita nel 2012 per Transeuropa con la traduzione di Bruno Mazzoni, presenta il testo originale a fronte. La particolarità consiste nella composizione dei testi: le parole o i gruppi di parole sono altrettanti ritagli di giornale composti in forse bizzarri, senz’altro non insipienti collage. Casualità e gusto della provocazione, gioco e progetto si alternano, nella lingua «amata e odiata, la lingua della dittatura di Ceaușescu», con la forza della parola e, insieme, la diffidenza nella composizione e nell’uso delle parole, come scriveva Herta Müller in La lingua ladra. (Anna Maria Curci)

Silvano Tessicini, Battito d’ali (recensione di Brunella Bassetti)

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Silvano Tessicini, Battito d’ali, La Caravella editrice, Roma, 2017, pp.106

“Il tuo progetto è scritto nel palmo delle mie mani” (cfr. Isaia, 46, 15-16)

Bisogna diffidare di quelle persone che sostengono che un “grande” dolore (di qualsiasi natura esso sia) si possa superare. Ci si può convivere, ma è cosa ben diversa. È al pari di una modificazione genetica. Crea “disabilità” e si diventa “diversamente abili” nell’affrontare la vita. Si perde il senso della vita perché è la vita a non avere più senso, o almeno così sembra.
Il protagonista di questo romanzo – Sergio – ci narra la sua personalissima esperienza, il suo travaglio interiore, la sua lotta quotidiana, le sue emozioni e sensazioni legate al superamento, all’accettazione della morte improvvisa, per un tragico incidente, della sua piccola figlia Andrea.
Un tema su cui si è scritto molto e si continuerà a scrivere, negli ultimi anni anche su basi scientifiche, grazie all’evolversi di metodiche specialistiche quali la “Narrative Based Medicine”.
L’Autore di questo breve ma intenso romanzo lo fa alla sua maniera attingendo dalla sua vita privata e professionale mezzi e strumenti di narrazione che gli appartengono. Arte cinematografica, pittura, poesia sono le quinte di questa vicenda umana, fanno da sfondo al lutto di Sergio ma, nello stesso tempo, accompagnano il lettore – o meglio fanno da eco – a quelle domande universali legate al senso della vita e, quindi, inevitabilmente anche al senso della morte. Anche i momenti più tragici e drammatici di questo percorso sono descritti con una delicatezza rara e con rispetto umano. È un tunnel che si deve attraversare, percorrere se si vuole ritornare a vedere la luce. Il dolore va accolto, va amato nelle sue mille sfaccettature, non bisogna farsi sconti anche quando l’estrema decisione appare, esclusivamente, come l’unica soluzione salvifica.
A una prima lettura si è catturati dalla storia di Sergio, dai suoi pensieri, dalla sua disperazione; rileggendolo, tuttavia, si può notare come alla fine sia – anche – un romanzo corale dove tutti i protagonisti (o co-protagonisti) stiano attraversando un loro particolare momento della vita.
Molto interessante, dal punto di vista narrativo e descrittivo, l’escamotage di citare alcuni quadri famosi per fissare, come in un piano sequenza, la sensazione del momento. Tre quadri per rappresentare altrettanti stati d’animo del protagonista: “La città che sale” del futurista Boccioni per l’estremo senso di solitudine e di vuoto; il “Cristo morto” del Mantegna che, forse, insieme al “Cristo velato” della Cappella Sansevero di Napoli, è la rappresentazione più bella e vera della deposizione. Una prospettiva diversa nel “vedere” il corpo esamine della figlioletta all’obitorio. Ma, come si sa, la tragicità del sudario è uguale a se stessa in ogni epoca e in ogni dove. Infine, “L’urlo” di Munch: la disperazione.
Scenograficamente parlando due sono i momenti che hanno catturato di più la mia attenzione e immaginazione. Il primo, nelle prime pagine ambientate a San Candido, quando viene descritta la messa in scena della sacra rappresentazione della Pasqua. Mi è tornato in mente il film “La Passione” di Mazzacurati. Sono pagine molto forti e anche molto intense: l’eterno dilemma di conciliazione tra la nostra e la volontà di Dio. Ma quale volontà di Dio? Giuda è stato funzionale al piano della Salvezza ma sarà stato “salvato” in un gesto estremo di misericordia dal Padre? “Perché Dio lo aveva risparmiato mentre Giuda aveva consumato nel suicidio la sua disperazione?” (cfr. pag. 32). Continua a leggere

Gaia Spera, Distanze (recensione di Brunella Bassetti)

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Gaia Spera, Distanze,  A.P.N. (AfricanPeopleNews), Roma, 2017, pp. 48

Sentire come una perdita la morte
Di coloro che non abbiamo mai visto –
Implica una Vitale Affinità
Fra la nostra Anima – e la loro –
Per l’Estraneo – gli Estranei non si piangono –
(E. Dickinson, Poems, trad. G. Ierolli)

Il 3 ottobre si celebra la “Giornata della Memoria e dell’Accoglienza” (istituita dalla Legge 45/2016) con lo scopo di ricordare e commemorare tutte le vittime dell’immigrazione e promuovere iniziative di sensibilizzazione e solidarietà.
Una data dall’alto contenuto simbolico che ricorda il giorno in cui – nel 2013 – 368 persone tra bambini, donne e uomini persero la vita in un naufragio a largo dell’isola di Lampedusa.
Qualche giorno dopo l’immane tragedia mi sono trovata sulla “zattera d’Europa” per un campo di volontariato con l’associazione Ibby Italia. E, naturalmente, le emozioni vissute attraverso i media si sono amplificate e sono diventate cassa di risonanza in quei giorni intensi vissuti a stretto contatto con la popolazione – locale e immigrati – di questo scoglio (sinonimo alternativamente di morte e/o di solidarietà e accoglienza) in mezzo al Mediterraneo.
Nel villaggio, quando i bambini vivevano in povertà, arrivò un re che schiavizzò tutte le persone. Un giorno, il figlio del re Giasone XVII si recò dagli schiavi e disse loro: “Scappate! Ma prima costruiremo dei robot che vi somigliano; così ogni volta che mio padre – il re – darà dei colpi di frusta loro si ribelleranno e alla fine lo uccideranno” … Allora il principe con le poche informazioni che aveva ricevuto mise delle telecamere nella loro vita … Allora in città c’era un funerale ma era un inganno. Era una finzione … non si sa quello che accadrà dopo … (La corona misteriosa)”.
Quello riportato sopra è lo stralcio di un racconto scritto da una bambina delle elementari durante un nostro laboratorio. In un certo senso è la “trasfigurazione” fantastica di quello che in quei giorni, in quelle settimane non solo gli adulti ma anche i bambini avevano vissuto e sofferto. Continua a leggere

Martina Cecilia Salza, Verde muschio, recensione di Brunella Bassetti

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Martina Cecilia Salza, Verde muschio
Latitudini 22, Davide Ghaleb Editore, Vetralla 2017, pp. 248

Verde muschio non è un romanzo biografico o autobiografico nel senso classico che la critica attribuisce a tale termine. È un romanzo, una storia – direi più storie – che s’intrecciano e si dipanano attraverso il racconto e i “sogni” di una delle due protagoniste – Matilde – per approdare ad “altro”. L’idea di fondo prende sviluppo da vicende e avvenimenti familiari della scrittrice, che s’innestano e si fondono simbioticamente con la storia locale del territorio e la storia universale, in generale.
Volendo semplificare, ma soltanto per illustrare meglio ciò che questo romanzo è realmente, si potrebbe affermare che grazie alla sua struttura narrativa, al modo come la vicenda si sviluppa, può senz’altro essere definito un romanzo di “iniziazione” e/o “psicologico”. Per altri versi, invece, rispetta le regole classiche del romanzo “storico” e del romanzo “giallo”. Potrebbe essere considerato, anche, un romanzo “doppio” (una macrostoria nella microstoria e viceversa): nel senso che le due vicende, quella di Matilde e quella di Angela (ecco l’altra protagonista) potrebbero leggersi l’una indipendentemente dall’altra. Ma, sicuramente, è anche altro.
L’intera vicenda si svolge, prevalentemente, tra Parigi e l’Antichissima Città di Sutri (che, peraltro, insieme al suo aggettivo relativo, viene citata pochissime volte nelle quasi 250 pagine del testo), per “ritrovare” e dare un senso alle proprie radici. La potremmo definire anche una “letteratura migrante”, un ritorno – forzato e inconscio – nel ventre caldo e fecondo del proprio paese natio e dei suoi misteri.
In alcune guide turistiche, ormai datate (primi anni ’50), di Sutri troviamo scritto: “Quello che oggi resta della grande Città non è che la Cittadella ossia la fortezza. I cinque borghi che la componevano, spazzati via dal tempo ineffabile si sono persi ormai fra i canneti delle vallate” e “Poche rovine, disperse dovunque nel vasto territorio, testimoniano ancora l’antica grandezza che il muschio e l’edera nasconde e custodisce tra il verde”. Uno dei tanti meriti che riconosciamo alla scrittura evocativa di Martina Salza è senz’altro quello di averci riportato e fatto conoscere parte di “questi borghi” in un particolare momento storico – il Medioevo – che ancora tanto ha da insegnarci. La descrizione minuziosa e dettagliata della vita quotidiana, la caratterizzazione dei vari personaggi, la verosimiglianza (frutto di una ricerca storiografica durata vari anni) delle situazioni ci accompagnano verso la conoscenza ma anche verso la risoluzione del “mistero”. Continua a leggere

Eva Strittmatter, Profitto e perdita

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ARCHIV - Die Dichterin Eva Strittmatter, aufgenommen am 12.08.1997 in Berlin. Eva Strittmatter ist tot. Im Alter von 80 Jahren starb sie am Dienstag (04.01.2011) in Berlin. Das teilte der Verlag Das Neue Berlin der Nachrichtenagentur dpa mit. Neben ihren Gedichtveröffentlichungen schrieb Eva Strittmatter auch Prosa für Erwachsene und Kinder. Foto: Paulus Ponizak dpa/lbn +++(c) dpa - Bildfunk+++

Eva Strittmatter il 12 agosto 1997 a Berlino. Foto: Paulus Ponizak dpa/lbn +++(c) dpa – Bildfunk+++

Sei anni fa, il 3 gennaio 2011, moriva a Berlino Eva Strittmatter, autrice di numerosi volumi di poesie, di prosa e di romanzi per ragazzi. Nata Braun, aveva preso il cognome del marito, lo scrittore Erwin Strittmatter. La ricordo oggi con la mia traduzione della sua poesia, a me molto cara, Gewinn und Verlust, tratta dalla raccolta Wildbirnenbaum (“Pero selvatico”), che apparve nel 2009. (Anna Maria Curci)

 

PROFITTO E PERDITA

Profitto e perdita vanno sempre a braccetto:
Perdo fiducia cieca e sventatezza.
E acquisto un po’ di giudizio e di concetto
E a guardare imparo con più accortezza
A ciò che non mi tocca di persona.
Ciò che da me niente si aspetta
E ciò che promessa d’amore non menziona.
Scrivo sopra una pagina più netta.
Le parole mi si fanno più pesanti che allora.
Si arresta ormai di gioventù lo slancio.
L’intimo mio più non rivolto in fuori.
E in silenzio procedo al mio fianco.

Eva Strittmatter (da: Wildbirnenbaum, 2009)
(traduzione di Anna Maria Curci)

GEWINN UND VERLUST

Gewinn und Verlust sind immer zusammen:
Ich verliere an Leichtsinn und blindem Vertraun.
Und gewinne ein wenig an Einsicht und Wissen
Und lerne gründlicher hinzuschaun
Auf das, was mich nicht persönlich betrifft.
Was an mich keine Erwartungen hat
Und was mir keine Liebe verspricht.
Ich schreibe auf einem reineren Blatt.
Die Worte werden mir schwerer als früher.
Der Aufschwung der Jugend gelingt mir nicht mehr.
Ich kehre mein Innres nicht mehr nach außen.
Und schweigend gehe ich neben mir her.

Eva Strittmatter

Sandra Rebecchi, Perché i giapponesi?

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Perché i “giapponesi”?

Seduta sul tappetino della palestra, in attesa dell’istruttrice, leggo qualche pagina di Murakami. Una ragazza, mia compagna di corso, entra e saluta: «Anche a te piacciono i giapponesi?? Io ne vado matta. Li leggo tutti-»
Da quel giorno, ogni volta che ci incontriamo, è un continuo: «Hai visto l’ultimo di … ? Hai letto …?» e ci teniamo aggiornate sulle nostre rispettive scoperte … “giapponesi”.
Sì, ma perché questa specie di invasione sugli scaffali delle librerie e perché questa passione ha preso piede?
Un po’ tutti abbiamo iniziato la nostra esplorazione dell’Oriente con Banana Yoshimoto. All’inizio degli anni novanta, il suo Kitchen ci ha conquistato. Ci siamo appassionati e abbiamo cercato di leggerla tutta: i suoi libri uscivano di frequente e non erano mai pesanti, né come numero di pagine, né come stile.
Cosa c’è in quelle pagine di nuovo?
Intanto una leggerezza diffusa, fatta di scene prese dalla vita di tutti i giorni, stati d’animo sui quali velocemente si sorvola, il femminile: i racconti si susseguono ai racconti e, anche quando i temi trattati sono importanti e drammatici (in Sonno profondo, ad esempio) lei si muove al loro interno senza mai alzare la voce o i toni, innescando nel lettore emozioni forti, ma poco persistenti, emozioni che sembrano non lasciare traccia. Abbandoni, famiglie che si disgregano, la stessa morte diventano temi accessibili in modo spontaneo, tracce di vita che riconosciamo.
Alla fine degli anni novanta, prima Marsilio e poi Neri Pozza (2000) pubblicano Natsume Soseki. Lui ha un grande successo: il suo Sanshiro diventa uno dei romanzi più letti in Giappone e forse lo è ancora. Nelle sue pagine si contrappongono vecchio e nuovo. È più introspettivo di Banana, perciò ha una permanenza più elevata nella mente del lettore.
Cosa stiamo cercando? Perché li leggiamo? Sicuramente siamo alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso. Ma forse cerchiamo anche senso della misura, proprietà di sintesi associata al dire tutto, tutto quello che è necessario dire. C’è desiderio di “esotico”, di qualcosa di diverso dai nostri grandi? Probabilmente sì: voglia di uscire dai nostri canoni, dal nostro dire.
Parlando degli ultimi trent’anni, cominciano a comparire in Italia i fumetti, i manga: nuove e accattivanti le immagini. Si discute sul significato educativo di questi fumetti e sull’impatto che hanno su bambini e adolescenti. E dopo aver letto i primi haiku, che vengono tradotti in italiano intorno al 1920 pur essendo nati moltissimi anni prima, abbiamo cominciato a scriverne, seguendo le rigide regole metriche[1].
Sicuramente c’è amore per la sintesi efficace, per poche parole, ma talmente secche e puntute da andare a segno. Anche i manga del resto vanno a segno e molti ci si appassionano. Si tratta di nuovi linguaggi che i lettori italiani faticano all’inizio a decodificare; lentamente però li fanno loro fino ad adottarli. Continua a leggere

Sandra Rebecchi, I libri mi parlano?

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Libreria a Lisbona. Foto di Sandra L. Rebecchi

               I libri mi parlano?

Sono una lettrice compulsiva. Da sempre. Lo so. A casa mi aspetta una intera libreria stracolma di libri da leggere assolutamente, per i quali ancora non ho trovato il tempo (o il momento giusto?). E solo occasionalmente leggo e-book, eppure l’ingombro sarebbe minore.
Spesso mi prendo in giro da sola. I libri costano e se entro in una libreria non riesco ad uscirne senza acquistarne almeno uno:  prima o poi, al momento di pagare, il POS mi straccerà il cartoncino del Bancomat …
Scherzo, ma poi mica tanto. E non è solo un fatto economico. Entrare e uscire dai mondi di cui parlano i libri che leggo non mi farà male prima o poi? Le mie entrate e uscite sono frequenti: a volte dopo tre giorni di immersione in un thriller, inizio a leggere una saga, oppure un saggio di psicologia.
Perché sono anche una lettrice onnivora, non mi tiro indietro davanti a niente.
Però non può essere solo mia la responsabilità … Non sarà un po’ anche colpa dei libri?
Beh, in un giorno del luglio scorso, ne ho avuto la riprova: non sono io quella esagerata, sono i libri che mi parlano, che mi chiedono di leggerli.
Ora ve lo racconto se promettete di non prendermi per matta.
In luglio, appunto, entro in una libreria sconosciuta, abbastanza grande, di quelle con le scaffalature alle pareti, ma anche gli espositori staccati dal muro stracolmi delle ultime novità. Comincio a camminare in mezzo ai libri e dopo poco trovo quello per il quale sono entrata: un romanzo di Murakami. Accanto ci sono ovviamente altri autori e, senza pensare, prendo dallo scaffale altri volumi e ormai le mie mani sono colme. Mi siedo su una pedana di legno che sporge da sotto uno scaffale. Dopo averli poggiati accanto a me, comincio a guardare meglio i libri. Leggo le notizie sugli autori e la quarta di copertina. Poi inizio a sfogliarli: sì, il carattere, i capitoli (in genere mi piacciono quelli divisi in capitoli;  i discorsi senza soluzione di continuità mi turbano), il numero di pagine. Poi inizio a leggere qualche riga di ognuno, passando compulsivamente dall’uno all’altro.
Mi si avvicina la commessa. Gentile e sorridente, mi saluta. Ha altri libri in mano e me li porge:  «Signora, sono usciti da poco, forse possono interessarle!»  Ringrazio e lei mi porge altri quattro volumi. Li ammucchio con delicatezza accanto a me e comincio ad esaminarli. Allo stesso modo in cui lo fanno tutti. La stranezza forse è che sono completamente dimentica di essere seduta quasi a terra e di sfogliare, alternandoli, volumi su volumi.
Quanto tempo sono rimasta lì? Non lo so. So che stavo bene contornata da migliaia di pagine stampate e comunque ero completamente assorta.
Quando mi sono riavuta avevo scelto; sono andata in cassa col romanzo per il quale ero entrata più altri quattro. Come al solito. Continua a leggere

Antonio Spagnuolo, Non ritorni

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Antonio Spagnuolo, Non ritorni. Prefazione di Plinio Perilli, Robin Edizioni 2016 

Vado seguendo i segni di ciò che ebbi a definire su Poetarum Silva “il lungo addio” di Antonio Spagnuolo all’amata moglie morta e mi rendo conto che sono visioni quelle che mi vengono incontro e che si appellano alla facoltà – mescolanza di capacità, predisposizione e accoglienza – di ricomporle in un disegno più ampio, che c’è, eccome, ma chiede accesso alla “mente che ama”, per dirla con le parole di Alessandro Bertirotti. Visioni, sì, ancor più che impressioni, perché, come a pellegrino, smarrito e senza fiato per quel rincorrere, inseguire (verbi che trionfano nelle poesie qui raccolte), che si ferma, con lo sguardo intento, pulsante, ancora speranzoso, sui costoloni di una volta, ecco che la luce di un raggio al crepuscolo invia bagliori e disegna cenni d’intesa a chi attende, a chi cerca avidamente. Si accendono allora visioni. Metterle insieme è compito del poeta viandante e musico, ostinato, a dispetto dell’ora che gli ha strappato le corde, nel ricostruire la melodia. Quel piede, sottile e mobile, della donna amata e perduta, diventa il piede di una metrica dolente (si cammina su ferite aperte) e composita. Versi lunghi e tumultuosi si alternano a brevi constatazioni lapidarie, quando la risposta al quesito e alla ricerca è l’impenetrabile silenzio («e il fantasma taceva»). Più di una volta, tuttavia, quel disegno misterioso, che la luce calante o l’insinuarsi dell’alba imprime come rapidissimo bagliore sulla volta, si distende, «fra i trucioli raccolti e la violenza», come endecasillabo portatore di una nuova melodia, nella perenne contesa tra il tendere e il disperare:
«e attendono oscillando le stagioni»
«Ho rubato l’abbaglio di una danza»
«l’ingenuo sopracciglio del tuo sguardo»
«Beffarda e dolorosa l’ossessione»
«Ho atteso il tuo profilo tra le pieghe».
Solo rincorrere, solo inseguire, allora, con il rischio costante del “precipitare”? Solo angoscia e pulsare all’impazzata? C’è tutto questo, ma c’è anche, tra quelle visioni catturate sulla volta e nell’imprimersi del terreno aguzzo e doloroso sulle piante dei piedi, la tregua di un sorriso e la promessa, rinnovata solennemente con l’anafora:
«rimane il tuo profumo tra le carte nascoste,/ rimane il rifugio del gioco tra i confini del cervello.»

© Anna Maria Curci

***

Pupille

Strappo con le mie dita ogni visione
per il grido che soffoca il colore
delle vertigini, nella mia preghiera,
ma il terrore ha distrutto la parola.
Nessuno più ascolta, le mie pupille accendono
un vortice sospetto, senza tempo né memorie,
disgregate fra le pieghe della psiche.
Tagliando a fette anche l’orizzonte
ha riflessi di sangue,
esasperato per la fuga del labbro,
così muto e serrato, alle incisioni dello specchio.
Il mio sospiro ha incertezze,
nel vuoto senso della mia notte
intessuta all’effimero, anche se il polso
non trema per l’incastro delle perle.
Ecco ancora il terrore ha il fondo del mio sguardo
affogando il disegno del crepuscolo
e allenta le minacce dell’eterno.

*

Pioggia

Sei tu che rincorri le piogge di autunno
per recitare bugie, a me che sono incerto
e non parlo più dei giorni incandescenti.
Metto a nudo il grigio del cielo per bruciare
tra i rami spogli, lettera dopo lettera,
sillaba dopo sillaba, balbettando a ritroso,
l’ingenuo sopracciglio del tuo sguardo .
Ancora fulgida, tra cristalli d’argento,
cerchi di moltiplicare le mie attese,
quasi sciocco invasato  incredulo della tua dipartita.

*

Riscatto

Ho atteso il tuo profilo tra le pieghe
nel taglio di speranze, confuso tra la folla,
fragile per quell’ultimo sorriso che lasciasti
guardandomi impaurita.
Ormai non conto più le notti
non aspetto le ore
perché manca il segreto che ci unisce,
il dono del riscatto e del racconto,
e custodisco le pagine tra le soglie di pietra.