Eva Strittmatter, Profitto e perdita

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ARCHIV - Die Dichterin Eva Strittmatter, aufgenommen am 12.08.1997 in Berlin. Eva Strittmatter ist tot. Im Alter von 80 Jahren starb sie am Dienstag (04.01.2011) in Berlin. Das teilte der Verlag Das Neue Berlin der Nachrichtenagentur dpa mit. Neben ihren Gedichtveröffentlichungen schrieb Eva Strittmatter auch Prosa für Erwachsene und Kinder. Foto: Paulus Ponizak dpa/lbn +++(c) dpa - Bildfunk+++

Eva Strittmatter il 12 agosto 1997 a Berlino. Foto: Paulus Ponizak dpa/lbn +++(c) dpa – Bildfunk+++

Sei anni fa, il 3 gennaio 2011, moriva a Berlino Eva Strittmatter, autrice di numerosi volumi di poesie, di prosa e di romanzi per ragazzi. Nata Braun, aveva preso il cognome del marito, lo scrittore Erwin Strittmatter. La ricordo oggi con la mia traduzione della sua poesia, a me molto cara, Gewinn und Verlust, tratta dalla raccolta Wildbirnenbaum (“Pero selvatico”), che apparve nel 2009. (Anna Maria Curci)

 

PROFITTO E PERDITA

Profitto e perdita vanno sempre a braccetto:
Perdo fiducia cieca e sventatezza.
E acquisto un po’ di giudizio e di concetto
E a guardare imparo con più accortezza
A ciò che non mi tocca di persona.
Ciò che da me niente si aspetta
E ciò che promessa d’amore non menziona.
Scrivo sopra una pagina più netta.
Le parole mi si fanno più pesanti che allora.
Si arresta ormai di gioventù lo slancio.
L’intimo mio più non rivolto in fuori.
E in silenzio procedo al mio fianco.

Eva Strittmatter (da: Wildbirnenbaum, 2009)
(traduzione di Anna Maria Curci)

GEWINN UND VERLUST

Gewinn und Verlust sind immer zusammen:
Ich verliere an Leichtsinn und blindem Vertraun.
Und gewinne ein wenig an Einsicht und Wissen
Und lerne gründlicher hinzuschaun
Auf das, was mich nicht persönlich betrifft.
Was an mich keine Erwartungen hat
Und was mir keine Liebe verspricht.
Ich schreibe auf einem reineren Blatt.
Die Worte werden mir schwerer als früher.
Der Aufschwung der Jugend gelingt mir nicht mehr.
Ich kehre mein Innres nicht mehr nach außen.
Und schweigend gehe ich neben mir her.

Eva Strittmatter

Sandra Rebecchi, Perché i giapponesi?

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Perché i “giapponesi”?

Seduta sul tappetino della palestra, in attesa dell’istruttrice, leggo qualche pagina di Murakami. Una ragazza, mia compagna di corso, entra e saluta: «Anche a te piacciono i giapponesi?? Io ne vado matta. Li leggo tutti-»
Da quel giorno, ogni volta che ci incontriamo, è un continuo: «Hai visto l’ultimo di … ? Hai letto …?» e ci teniamo aggiornate sulle nostre rispettive scoperte … “giapponesi”.
Sì, ma perché questa specie di invasione sugli scaffali delle librerie e perché questa passione ha preso piede?
Un po’ tutti abbiamo iniziato la nostra esplorazione dell’Oriente con Banana Yoshimoto. All’inizio degli anni novanta, il suo Kitchen ci ha conquistato. Ci siamo appassionati e abbiamo cercato di leggerla tutta: i suoi libri uscivano di frequente e non erano mai pesanti, né come numero di pagine, né come stile.
Cosa c’è in quelle pagine di nuovo?
Intanto una leggerezza diffusa, fatta di scene prese dalla vita di tutti i giorni, stati d’animo sui quali velocemente si sorvola, il femminile: i racconti si susseguono ai racconti e, anche quando i temi trattati sono importanti e drammatici (in Sonno profondo, ad esempio) lei si muove al loro interno senza mai alzare la voce o i toni, innescando nel lettore emozioni forti, ma poco persistenti, emozioni che sembrano non lasciare traccia. Abbandoni, famiglie che si disgregano, la stessa morte diventano temi accessibili in modo spontaneo, tracce di vita che riconosciamo.
Alla fine degli anni novanta, prima Marsilio e poi Neri Pozza (2000) pubblicano Natsume Soseki. Lui ha un grande successo: il suo Sanshiro diventa uno dei romanzi più letti in Giappone e forse lo è ancora. Nelle sue pagine si contrappongono vecchio e nuovo. È più introspettivo di Banana, perciò ha una permanenza più elevata nella mente del lettore.
Cosa stiamo cercando? Perché li leggiamo? Sicuramente siamo alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso. Ma forse cerchiamo anche senso della misura, proprietà di sintesi associata al dire tutto, tutto quello che è necessario dire. C’è desiderio di “esotico”, di qualcosa di diverso dai nostri grandi? Probabilmente sì: voglia di uscire dai nostri canoni, dal nostro dire.
Parlando degli ultimi trent’anni, cominciano a comparire in Italia i fumetti, i manga: nuove e accattivanti le immagini. Si discute sul significato educativo di questi fumetti e sull’impatto che hanno su bambini e adolescenti. E dopo aver letto i primi haiku, che vengono tradotti in italiano intorno al 1920 pur essendo nati moltissimi anni prima, abbiamo cominciato a scriverne, seguendo le rigide regole metriche[1].
Sicuramente c’è amore per la sintesi efficace, per poche parole, ma talmente secche e puntute da andare a segno. Anche i manga del resto vanno a segno e molti ci si appassionano. Si tratta di nuovi linguaggi che i lettori italiani faticano all’inizio a decodificare; lentamente però li fanno loro fino ad adottarli. Continua a leggere

Sandra Rebecchi, I libri mi parlano?

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Libreria a Lisbona. Foto di Sandra L. Rebecchi

               I libri mi parlano?

Sono una lettrice compulsiva. Da sempre. Lo so. A casa mi aspetta una intera libreria stracolma di libri da leggere assolutamente, per i quali ancora non ho trovato il tempo (o il momento giusto?). E solo occasionalmente leggo e-book, eppure l’ingombro sarebbe minore.
Spesso mi prendo in giro da sola. I libri costano e se entro in una libreria non riesco ad uscirne senza acquistarne almeno uno:  prima o poi, al momento di pagare, il POS mi straccerà il cartoncino del Bancomat …
Scherzo, ma poi mica tanto. E non è solo un fatto economico. Entrare e uscire dai mondi di cui parlano i libri che leggo non mi farà male prima o poi? Le mie entrate e uscite sono frequenti: a volte dopo tre giorni di immersione in un thriller, inizio a leggere una saga, oppure un saggio di psicologia.
Perché sono anche una lettrice onnivora, non mi tiro indietro davanti a niente.
Però non può essere solo mia la responsabilità … Non sarà un po’ anche colpa dei libri?
Beh, in un giorno del luglio scorso, ne ho avuto la riprova: non sono io quella esagerata, sono i libri che mi parlano, che mi chiedono di leggerli.
Ora ve lo racconto se promettete di non prendermi per matta.
In luglio, appunto, entro in una libreria sconosciuta, abbastanza grande, di quelle con le scaffalature alle pareti, ma anche gli espositori staccati dal muro stracolmi delle ultime novità. Comincio a camminare in mezzo ai libri e dopo poco trovo quello per il quale sono entrata: un romanzo di Murakami. Accanto ci sono ovviamente altri autori e, senza pensare, prendo dallo scaffale altri volumi e ormai le mie mani sono colme. Mi siedo su una pedana di legno che sporge da sotto uno scaffale. Dopo averli poggiati accanto a me, comincio a guardare meglio i libri. Leggo le notizie sugli autori e la quarta di copertina. Poi inizio a sfogliarli: sì, il carattere, i capitoli (in genere mi piacciono quelli divisi in capitoli;  i discorsi senza soluzione di continuità mi turbano), il numero di pagine. Poi inizio a leggere qualche riga di ognuno, passando compulsivamente dall’uno all’altro.
Mi si avvicina la commessa. Gentile e sorridente, mi saluta. Ha altri libri in mano e me li porge:  «Signora, sono usciti da poco, forse possono interessarle!»  Ringrazio e lei mi porge altri quattro volumi. Li ammucchio con delicatezza accanto a me e comincio ad esaminarli. Allo stesso modo in cui lo fanno tutti. La stranezza forse è che sono completamente dimentica di essere seduta quasi a terra e di sfogliare, alternandoli, volumi su volumi.
Quanto tempo sono rimasta lì? Non lo so. So che stavo bene contornata da migliaia di pagine stampate e comunque ero completamente assorta.
Quando mi sono riavuta avevo scelto; sono andata in cassa col romanzo per il quale ero entrata più altri quattro. Come al solito. Continua a leggere

Antonio Spagnuolo, Non ritorni

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Antonio Spagnuolo, Non ritorni. Prefazione di Plinio Perilli, Robin Edizioni 2016 

Vado seguendo i segni di ciò che ebbi a definire su Poetarum Silva “il lungo addio” di Antonio Spagnuolo all’amata moglie morta e mi rendo conto che sono visioni quelle che mi vengono incontro e che si appellano alla facoltà – mescolanza di capacità, predisposizione e accoglienza – di ricomporle in un disegno più ampio, che c’è, eccome, ma chiede accesso alla “mente che ama”, per dirla con le parole di Alessandro Bertirotti. Visioni, sì, ancor più che impressioni, perché, come a pellegrino, smarrito e senza fiato per quel rincorrere, inseguire (verbi che trionfano nelle poesie qui raccolte), che si ferma, con lo sguardo intento, pulsante, ancora speranzoso, sui costoloni di una volta, ecco che la luce di un raggio al crepuscolo invia bagliori e disegna cenni d’intesa a chi attende, a chi cerca avidamente. Si accendono allora visioni. Metterle insieme è compito del poeta viandante e musico, ostinato, a dispetto dell’ora che gli ha strappato le corde, nel ricostruire la melodia. Quel piede, sottile e mobile, della donna amata e perduta, diventa il piede di una metrica dolente (si cammina su ferite aperte) e composita. Versi lunghi e tumultuosi si alternano a brevi constatazioni lapidarie, quando la risposta al quesito e alla ricerca è l’impenetrabile silenzio («e il fantasma taceva»). Più di una volta, tuttavia, quel disegno misterioso, che la luce calante o l’insinuarsi dell’alba imprime come rapidissimo bagliore sulla volta, si distende, «fra i trucioli raccolti e la violenza», come endecasillabo portatore di una nuova melodia, nella perenne contesa tra il tendere e il disperare:
«e attendono oscillando le stagioni»
«Ho rubato l’abbaglio di una danza»
«l’ingenuo sopracciglio del tuo sguardo»
«Beffarda e dolorosa l’ossessione»
«Ho atteso il tuo profilo tra le pieghe».
Solo rincorrere, solo inseguire, allora, con il rischio costante del “precipitare”? Solo angoscia e pulsare all’impazzata? C’è tutto questo, ma c’è anche, tra quelle visioni catturate sulla volta e nell’imprimersi del terreno aguzzo e doloroso sulle piante dei piedi, la tregua di un sorriso e la promessa, rinnovata solennemente con l’anafora:
«rimane il tuo profumo tra le carte nascoste,/ rimane il rifugio del gioco tra i confini del cervello.»

© Anna Maria Curci

***

Pupille

Strappo con le mie dita ogni visione
per il grido che soffoca il colore
delle vertigini, nella mia preghiera,
ma il terrore ha distrutto la parola.
Nessuno più ascolta, le mie pupille accendono
un vortice sospetto, senza tempo né memorie,
disgregate fra le pieghe della psiche.
Tagliando a fette anche l’orizzonte
ha riflessi di sangue,
esasperato per la fuga del labbro,
così muto e serrato, alle incisioni dello specchio.
Il mio sospiro ha incertezze,
nel vuoto senso della mia notte
intessuta all’effimero, anche se il polso
non trema per l’incastro delle perle.
Ecco ancora il terrore ha il fondo del mio sguardo
affogando il disegno del crepuscolo
e allenta le minacce dell’eterno.

*

Pioggia

Sei tu che rincorri le piogge di autunno
per recitare bugie, a me che sono incerto
e non parlo più dei giorni incandescenti.
Metto a nudo il grigio del cielo per bruciare
tra i rami spogli, lettera dopo lettera,
sillaba dopo sillaba, balbettando a ritroso,
l’ingenuo sopracciglio del tuo sguardo .
Ancora fulgida, tra cristalli d’argento,
cerchi di moltiplicare le mie attese,
quasi sciocco invasato  incredulo della tua dipartita.

*

Riscatto

Ho atteso il tuo profilo tra le pieghe
nel taglio di speranze, confuso tra la folla,
fragile per quell’ultimo sorriso che lasciasti
guardandomi impaurita.
Ormai non conto più le notti
non aspetto le ore
perché manca il segreto che ci unisce,
il dono del riscatto e del racconto,
e custodisco le pagine tra le soglie di pietra.

Augusto Benemeglio, Acqua rotta

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acquarotta

Talvolta

Talvolta dorme pure il poeta
Il vecchio guastatore delle feste
Fino all’ultimo scudo ha pagato se stesso
Sprofondato nell’erba della pioggia di stelle
Sogno che cresce rapido gli avvolge come tela di ragno
Gli occhi che scrutano
Sulla sua mano che scrive
Si accoppiano farfalle
I suoi volatili da assalto blaterano come passeri
Il leggiadro Sempre-già-qui.

Marie Luise Kaschnitz
(traduzione di Anna Maria Curci)

Ci sono libri che sanno attendere il momento in cui saranno raccolti, accolti, accarezzati. Restano quieti e pur sempre vigili con il loro carico di domande, carico vissuto e sofferto, alieno dall’indaffarata distrazione quotidiana e grondante familiarità. Sanno che quella familiarità, miele nero e amaro del rimorso, farebbe comodo scansarla per volgersi all’immediato sfavillante. Sono certi, tuttavia, che il pensiero tornerà a loro, sorelle e fratelli non meno prossimi per il fatto di non essere consanguinei. Uno di questi libri è Acqua rotta. Il colore del vuoto di Augusto Benemeglio, edizioni «Anxa» 2015, che si è scelto l’alba insonne di questo 22 agosto 2016, giorno del compleanno del suo autore, per essere percorso e per dispiegare la sua polifonica prossimità. Scaturisce dal dolore di un duplice lutto, dalla perdita, nel giro di pochi mesi, del nipote Alessandro e del padre di lui, Alberto, fratello di Augusto. Prosa e versi si danno il cambio in un canto (composto da 67 parti, come precisa Maurizio Nocera nella bella prefazione, 67 come gli anni vissuti dal fratello Alberto) che nasce dal rimpianto e sparge amore, inciampa su radici, scivola tra i tumuli della necropoli di Cerveteri, si china su un letto d’ospedale, sorregge il corpo fraterno fatalmente fiaccato e anela risa perdute tra vigne e porti, tra Genazzano e Gallipoli, naviga – e ha il coraggio di farlo – su rotte antiche, additando, talvolta inaspettatamente, nuove confluenze. Così, tra la Puglia e il Lazio del nostro comune passato, tra i contadini e i venditori ambulanti, non trionfanti ma operosi antenati che condividiamo, eccola emergere quella solida, durevole confluenza, situata nella campagna di Genazzano: la nonna materna Luigia Maria Pia, detta Elisa, e la poetessa tedesca Marie Luise Kaschnitz. Si sono incontrate le due donne, si sono conosciute? Serbo questa domanda come una delle più preziose del carico di Acqua rotta e proseguo la navigazione, con una saldezza nuova che la lunga conversazione con il nostromo mi infonde.

©Anna Maria Curci
22 agosto 2016

*

Genazzano

Genazzano nella sera invernale
Nello zoccolo vitreo degli asini
Sull’erta della città rupestre
Come la cantò Marie Luise Kaschnitz
La poetessa tedesca che forse conobbe
Mia nonna, la giovane Elisa
Che andava alla fontana.

«Qui lavai la mia camicia di sposa
Qui lavai la mia camicia di morta».
Povera nonna con la faccia bianca
E la lunga treccia di capelli nerissimi
Distesa nell’acqua fredda della sera
Che torna nel vento di foglie dei platani
E le mani come due blocchi di ghiaccio.

Che sventura innamorarsi di un Augusto
sognatore e scioperato guardacaccia,
Proprio nel giorno della risurrezione.
Mia nonna giovinetta bella coi capelli corvini
Con la pelle chiara che respirava la rugiada
Con la mano stesa al frutto del melograno
Con lo splendore di uno sguardo che accendeva
Tutti i fanali di una cupa Genazzano…

E fu quello stesso spirito d’amore che ci salvò
Perché quando ami davvero non è più tua la vita
È un quadro pieno di lacrime tagli squarci ferite
cocci, ciottoli, frantumi, è questa la poesia vera,
Da povero Cristo che sta sempre lì appeso al palo
Infame della tortura, e non ci sarà mai nessuno
che salirà fino a te, per dirti semplicemente “grazie”.

Augusto Benemeglio
da Acqua rotta. Il colore del vuoto, p. 48

Georg Maurer, Mattino lieto

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45 anni fa, il 4 agosto 1971, moriva a Potsdam Georg Maurer, poeta, insegnante, traduttore. Nativo della Transilvania (Maurer era nato a Reghin l’11 marzo 1907), si era trasferito nel 1930 a Lipsia per motivi di studio. Proprio in quella città, nella quale fece ritorno dopo la guerra, divenne poi una delle figure di maggior spicco come docente al Literaturinstitut “Johannes Becher”, dove, in qualità di direttore del “seminario creativo sulla poesia”, diede un’impronta rilevante a tutta una generazione di poeti della Repubblica Democratica Tedesca e, in particolare, alla cosiddetta “sächsische Dichterschule”, “scuola sassone di poesia”; tra i poeti ‘vicini’ al sentire di Georg Maurer vanno menzionati Sarah Kirsch (che fu sua allieva proprio al Literaturinstitut di Lipsia), Volker Braun e Heinz Czechowski, Voglio ricordare Georg Maurer con le parole dell’autore ed editore Wieland Herzfelde e con la mia traduzione di Froher Morgen, “Mattino lieto”.

Anna Maria Curci, 4 agosto 2016

«Come studente, come docente e traduttore, come uno al quale piaceva perdersi in strade, corridoi, paesi e libri – e come amante non smise mai di sorprendersi e di provare meraviglia. E così con la sua opera sorprendente ci ha lasciato un mondo meraviglioso.»

Wieland Herzfelde su Georg Maurer (traduzione di A.M. Curci)

Als Student, als Lehrender und Übersetzer, als einer, der sich gern in Straßen, Fluren, Ländern und Büchern verlor – und als Liebender hörte er nie auf, zu staunen und sich zu wundern. Und so ließ er uns in seinem erstaunlichen Werk eine wunderbare Welt zurück.

Mattino lieto

Stiracchiatevi rami, sveglia!
Un uovo ho mangiato e pane bianco.
Tutto il mio corpo ride.
Gli affanni della notte sono morti.

Sono sgusciato fuori dagli affanni della notte
come un uccello da un uovo.
Ho rotto il guscio
e ora me ne vado a zonzo libero.

Ora so quello che sanno i polli
quando becchettano.
So chi salutano i corvi
quando col capo annuiscono.

Georg Maurer
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Froher Morgen

Streckt euch, Zweige, erwacht!
Ich habe ein Ei gegessen und weißes Brot.
Mein ganzer Leib lacht.
Die Nachtsorgen sind tot.

Ich bin aus den Nachtsorgen gekrochen
wie ein Vogel aus dem Ei.
Ich habe die Schale durchbrochen
und spaziere jetzt frei.

Ich weiß jetzt, was die Hühner wissen,
wenn sie picken.
Ich weiß, wen die Raben grüßen,
wenn sie mit dem Kopfe nicken.

Georg Maurer
(la poesia si può leggere nel volume Ich sitz im Weltall auf einer Bank im Rosental, pubblicato nel 2007, anno del centenario della nascita di Maurer, dalla Connewitzer Verlagsbuchhandlung)

Giovanni Nadiani, aNmarcurd

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Anmarcurd

Quando Vincenzo Luciani mi comunicò i nomi dei vincitori del premio Ischitella – Pietro Giannone 2015, la mia attenzione fu immediatamente catturata dai testi di Giovanni Nadiani, che con la sua raccolta aveva ottenuto il terzo posto. Sono testi di straordinaria ricchezza espressiva, nei quali il dialetto si apre a ventaglio ad accogliere una pluralità di lingue, timbri musicali e riferimenti letterari. Come un solenne “autoschiaffo” (la definizione è tratta da un’intervista che rilasciò Thomas Bernhard) gli elementi (auto)ironici si combinano per creare solida scrittura, autentica poesia. Apprendo oggi, con tristezza e rimpianto,  la tristezza di una perdita, il rimpianto di non averlo mai conosciuto di persona, della morte di Giovanni Nadiani. Dalla raccolta Anmarcord di Giovanni Nadiani, scritta nel dialetto romagnolo di Reda di Faenza, raccolta terza classificata al Premio Ischitella – Pietro Giannone 2015 e che è stata pubblicata da Gianfranco Fabbri per la collana “L’altra lingua” della casa editrice L’arcolaio, riporto qui, mio commosso omaggio a Giovanni Nadiani, grande poeta, grande traduttore,  la poesia che un anno fa scelsi di tradurre in tedesco, aNmarcurd (Non mi ricordo).

Anna Maria Curci per Giovanni Nadiani, 28 luglio 2016

ANMARCURD [ICH ERINNERE MICH NICHT]
Heutzutage in der Welt
benutzen die Spezialisten
um den doofen zerstreuten
Alten zu helfen
(sind sie aber alt, wer weiß das?),
die sich an nichts mehr erinnern,
die an Alzheimer leiden,
Mozart- Casadei- Verdi-Musik,
aber auch Geschichten
Gedichte
um zu sehen, ob die Alten
beim Hören jener Worte
fähig sind sich an etwas zu erinnern
von ihrer Welt von ihrer Geschichte….

diese neue ultimative Therapie
nennt man Alzpoetry

gern möchte ich wissen,
was die an Alzpoetry leidenden Ärzte
für uns benutzen werden,
wie sie es schaffen werden, das zu benutzen,
was wir geschrieben haben,
da keiner nun mehr
fähig ist diese gezwungenermaßen
von allen vergessene Sprache
zu sprechen zu lesen…

es wird nur
die leere Stille
unseres Kopfes geben
und  —————————————– uns
————————————————unterwegs
in

jenem
Nebelnebelnebelnebelnebennebelnebeeeeel
aus ze
————r
s
————t
ö
————r
t
———–e
n
w
—–o
——–-r
———--t
————-e
n

aNmarcurd – incù a e’ mond / pr aiuter i vec / (èj pu di vec chi ch’al sa?) / insimunì insabé / ch’i n s arcorda piò gnint / ch’i à l’alzheimer / i specialesta i adrova / dla musica Mozart Casadei Verdi / mo nench di fet dal puisì / pr avder se i vec / sintend cal paroli / i è bon d’arcurdes quaiquel / de’ su mond dla su storia… / ’sta terapia ultimativa / i la ciama Alzpoetry / a voj propi savé me / quel ch’i adruvarà par nó / i dutur malé d’alzpoetry / cum ch’i farà a druver / quel ch’a j aven scret nó / che za ades inson / l’è piò bon d’scorr / d’lezr sta lengua / dsmingheda par forza / da tot… / u i sra sol / e’ zet vut / dla nöstra tësta / e nó / a vajon / in / cla / nèbianèbianèbiabiancanèbianèbianèbianèbiaaaaaa / d’pa / r / o / l / i / s / f / a / t / i

ANMARCURD [NON MI RICORDO] – oggi al mondo / per aiutare i vecchi / (ma sono vecchi chi lo sa?) / scimuniti distratti / che non si ricordano / più niente /con l’alzheimer / gli specialisti usano / la musica di Mozart Casadei Verdi / ma pure storie / poesie / per vedere se i vecchi / sentendo quelle parole / sono capaci di ricordarsi qualcosa / del loro mondo della loro storia… // chiamano questa terapia / ultimativa Alzpoetry // voglio proprio sapere io / cosa useranno per noi / i dottori malati d’alzpoetry / come faranno a usare / ciò che abbiamo scritto noi / che già ora nessuno / è più capace di parlare / di leggere questa lingua / dimenticata per forza / da tutti… // ci sarà / soltanto / il silenzio vuoto / della nostra testa / e noi / a zonzo /in / quella / nebbianebbianebbiabiancanebbianebbianebbiaaaaa/ di pa / r / o / l/ e / s / f / a / t t / e

 

Giovanni Nadiani, ANmarcurd. Prefazione di Alberto Bertani. Volume n. 6 della collana “L’altra lingua”, diretta da Lorenzo Mari. L’arcolaio 2015

Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne

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Manzo_Rizomi

Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne. Prefazione di Pasquale Vitagliano,  Editrice ZONA 2016

Da qualche tempo coltivo con Maurizio Manzo un dialogo a distanza su forme e contenuti della poesia. C’è chi brandisce lo sperimentalismo come arma, c’è chi invece, come Maurizio Manzo,  alla ricerca sulla metrica unisce un’attenta percezione dei tempi, insieme a una incessante, amorevole e non per questo priva di acume critico, lettura dei testi della ‘tradizione’, non solo in lingua italiana. Per tradizione intendo qui semplicemente ciò che ci è stato tramandato o, più precisamente, affidato alla cura di chi legge ed esplora i testi di coloro che hanno camminato prima di noi, come di coloro che camminano assieme a noi. Nella tradizione è compresa la metafora del rizoma, riportata in epigrafe, da Mille piani di Gilles Deleuze e Felix Guattari, a indicare una precisa linea di ricerca. Qui, come ben scrive Pasquale Vitagliano nella prefazione: «l’uso dell’endecasillabo doppio fornisce la struttura di quadri o inquadrature liriche».  Così è capitato che, dinanzi all’affermazione di Maurizio Manzo nel nostro carteggio, relativa al “vincere facile” con l’endecasillabo, replicassi, dopo aver letto in anteprima le poesie raccolte in Rizomi e altre gramigne, che vincere con l’endecasillabo non è certo scontato, anzi. In questa raccolta emergono con chiarezza senso e forma del rizoma, anche quando l’endecasillabo si incaglia, si intoppa. Sceglie di farlo, probabilmente, e allora ci si domanda se sia la realtà, come soffocante foresta di Rosaspina, a minacciare di strangolare, senz’altro a far inciampare il canto. Ci sono, d’altronde,  endecasillabi di una purezza commovente, e allora lì, puro e intangibile, oppure tenace e resistente, si libera il canto o meglio il controcanto al tempo, il riflettore sul tempo.  (Anna Maria Curci)

***

Cerchi

È sparito il tuo mondo dissociato, qualcuno te lo mostra rattrappito
dentro una palla di vetro innevata, c’è anche la tua cattedrale e la piazza
spiazzata quella sofferenza inflitta, tutto ruota intorno a sé un cerchio lento
che non si chiude resta aperto spento, le cose che non andavano fatte
hanno inciso cicatrici gemelle, e non basta scuotere le spalle il capo.

 

*

Chincaglieria

Ci sono ore sempre le stesse rase, dove un passo si dirige da solo
come le cose che segnano il viso, chincaglierie dell’anima disperse
invece alcuni restano sospesi, ma prima o poi pure il vuoto si sfonda
è il rumore rapido di un risucchio, quando hai individuato quel dolore
che distendi da parete a parete, dove fare l’equilibrista a notte.

 

*

Altitudine

L’altitudine ti prende per mano, resetta l’ equilibrio di continuo
eppure non muovo un passo uno spasmo, scaldo il lato separato dal mare
ascolto bisbigli e scanso birilli, inettitudine è squilibrio maggiore
e pesante indispone le figure, prima del momento non ci si pensa
ma le stanze diventano infinite, e poi perdersi è come essere scartato.

Stefan Andres, Il melograno

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Andres_Granatapfel_Titelblatt

110 anni fa nasceva Stefan Andres, scrittore ingiustamente dimenticato e attualmente poco conosciuto in Italia, nonostante avesse scelto il nostro paese come luogo di residenza (Andres, morto a Roma il 29 giugno 1970, è sepolto nel Campo Santo Teutonico), nonostante, tra l’altro, avesse tradotto già nel 1953, Il mulino del Po di Bacchelli. Per ricordarlo, riporto qui di seguito, nella mia traduzione e nell’originale, la poesia che dà il titolo alla raccolta del 1950. (Anna Maria Curci)

Il melograno

Il melograno
Nel quale stavamo seduti,
Semi lucenti:
Si è spaccato – La crepa aperta
Nella guancia rossa
Era per molti una bocca sorridente….
Noi invece sentivamo la ferita
Del tempo d’autunno
Prima ancora che il pomo, cresciuto secondo la sua legge,
Cadesse
E rotolasse
E ci perdesse.
Uccelli ci portarono nel becco e nello stomaco
Fin nell’ignoto,
E i topi da nessuna parte,
Nei buchi dove non c’è niente

Stefan Andres
(traduzione di Anna Maria Curci)

Der Granatapfel

Der Granatapfel,
Darin wir saßen,
Schimmernde Kerne::
Er barst – Des Öffnens Spalt
In der roten Wange
War vielen ein lächelnder Mund…
Wir aber spürten die Wunde
Der herbstlichen Zeit,
Eh noch der Apfel, gewachsen nach seinem Gesetz,
Fiel
Und rollte
Und uns verlor.
Vögel trugen uns in Schnäbeln und Mägen
Ins Unbekannte,
Und Mäuse ins Nirgendwo,
In die Löcher, wo nichts ist

Stefan Andres
(da: Der Granatapfel. Oden, Gedichte, Sonette, Piper, München 1950)

Francesca Del Moro, Gli obbedienti

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Francesca Del Moro, Gli obbedienti. Postfazione di Anna Maria Curci, Cicorivolta edizioni 2016

Una scelta di poesie e un estratto dalla postfazione

IV

transumando
rumore di porte del treno
che fischiano e chiudono
clang clang
scalpiccio di rapidi passi
che pestano pozze
ciaf ciaf
ecco i cappotti gli ombrelli
le borse le ore
tic tac
le ore le ore le ore
che inseguono svelte
le ore che spostano corpi
come lancette

*

XII

Aveva indubbiamente
dentro la testa china
un cervello ribelle.

*

XXI

Prima ancora della morte
l’aperitivo è ’a livella.
Bevete ora tutti insieme
e arditi vi gonfiate il petto,
scherzate pure con i capi
e li sfottete amabilmente.
Siete davvero tutti uguali,
sparate subito sui social
le belle foto conviviali.
L’ultima volta era ieri,
in un bel localino in centro.
Solo lo scorso lunedì
lei se n’è andata via piangendo,
l’invito è giunto martedì.

*

XXV

Ce l’hai fatta per fortuna
ad augurargli la buona notte,
gli hai rimboccato le coperte
e poi hai spento la luce.

“Per te sarà tutto diverso”
gli hai sussurrato prima di andare
come diceva sempre tuo padre.

*

XLI

Haiku-dilemma

Se invece l’arte
fosse l’oppio dell’occhio
che non sopporta?

*

XLVIII

Il saldatore appena assunto
e il muratore in pensione
discutevano in treno
di dignità sul lavoro,
di giustizia e rispetto.

Ed era tutto un proliferare
di prime persone,
plurale il vecchio
e singolare il giovane.

*

LIII

Oh gli indie-gnati
adepti di tuttology
loro lo sanno
cos’è il bello
loro hanno letto
questo e quello
e la cultura
non ce l’hanno
in cuore o in testa
ma al collo o al polso
come un gioiello.
Non hanno piazza
né rappresentanza
né un piccolo sogno,
gli basta darsi un po’
di gomito, lanciare
un’invettiva al giorno
e anticonformarsi
tutti in coro.

*
LXX

Dopo un film di Monicelli, tornando

Quella massa di cafoni
affamata, cenciosa e sporca
sembrava un’enorme famiglia
era capace di una lotta.

Erano quattordici le ore
che pesavano su di loro
mentre voi ne fate nove
anche se in busta sono otto.

Ti torna in mente quella volta
– oh molti anni or sono –
in cui l’impronunciabile parola
ti sfuggì di nascosto.

Quando hai parlato di sciopero
per qualche giorno stranamente
non hai avuto più nessuno
con cui prendere il caffè.

_________________________

Orchestrare le voci nell’era
del precario e dell’abnorme:
Gli obbedienti di Francesca Del Moro

Una colonna sonora attenta a cogliere e a trascrivere la condizione contemporanea, condizione che all’aggettivo ‘umana’ non può non applicare, gogna permanente, un prefisso: dis-umana, sub-umana, trans-umana, con buona dose di probabilità non oltre-umana. Una partitura che riporta, con precisione, tonalità, tempi e velocità di esecuzione, acuti, dissonanze, basso ostinato e pause; una partitura che non esita, inoltre, a manifestarsi in fogge inusuali. Poesia visiva, sonorità e architettura, contenuto scomodo e forma rigorosa che duettano, si completano.
Con questi enunciati proviamo ad avvicinarci a Gli obbedienti di Francesca Del Moro, opera che unisce compattezza e complessità. Si rischia l’osso del collo, nell’era del precario e dell’abnorme, a trattare una materia sfuggente, scivolosa, la sabbia mobile della grande illusione della libertà di espressione e la smisurata menzogna della flessibilità, e a tenere, al contempo, il punto della ‘norma’ metrica, a procedere sulle righe di un pentagramma, divenute oramai funi sottilissime, pressoché invisibili, sulle quali avanzare – ghigno del secolo della rete – senza rete. Francesca Del Moro è ben consapevole di questo rischio, che affronta ricorrendo a una grande varietà di forme e conservando, tuttavia, unitarietà al progetto che ha delineato e che persegue, consapevole dei mezzi espressivi, di tascapane, fardelli, zavorre, di riserve di fiato e, dunque, della temerarietà dell’opera-trasvolata, del libretto-salto in cui si è lanciata. Schiene curve, movimenti a scatti e trascinamenti manovrati, orbite inquietanti nella loro familiarità: ecco che l’espressionismo di Metropolis, il film di Fritz Lang, assume la sua voce ai tempi di “faccia-libro”.

[…]

Alla precisione ritmica va associato il rigore nella resa linguistica, che riproduce e, allo stesso tempo, irride l’uso, quando, come capita con desolante frequenza, esso è prova di colpevole sciatteria e di fraintendimento di fondo di funzione e natura della parola, non logos, ma vaniloquio, esibizione, sfoggio di forestierismi a braccetto con ottusità e ignoranza insormontabili perché non sussiste volontà condivisa di superare l’arretratezza profumata e fasciata di apparenza. La poesia XXII ne rappresenta un esempio di indubbia pregnanza, oltre che di divertente espressività: «Eccole le camicie bianche / giovani rampanti twitteggianti / bicoz ol de uorld lav Itali iu nou / ui ev de rinascimento en de pizza / bat ostriche a cena coi potenti».

[…]

Alla luce della sera di una giornata a ciclo continuo, iniziata nell’alba dal sapore metallico di una stazione per pendolari, proseguita a testa china nell’open space o con il viso fugacemente sottratto al grigio e rivolto al sole in una pausa quasi rubata, alla luce di questa sera, dunque, si delinea, chiaro e insopprimibile, l’intento della parola, gesto meditato, rivolta, testimonianza, strappo, critica, memoria.

Anna Maria Curci, gennaio 2016