Salvatore Statello, Ines de Castro (nota di Norma Stramucci)

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Annotazioni a proposito di: Salvatore Statello, Ines de Castro eroina del balletto pantomimico italiano tra Settecento e Ottocento, Di Nicolò Edizioni, Messina 2021

Salvatore Statello pubblica un libro che, se non fossi stata consigliata a farlo, non avrei letto, credendolo esulare non tanto dai miei interessi quanto dalle mie competenze. Non solo infatti è dedicato all’eroina di melodrammi famosi (tra cui quello del compositore recanatese Giuseppe Persiani, 1835), cioè Ines de Castro, ma nella fattispecie se ne indaga la figura in un settore ben particolare, come specifica il sottotitolo: eroina del balletto pantomimico italiano tra Settecento e Ottocento. Ines de Castro è davvero vissuta a metà del XIV secolo, amata da don Pedro del Portogallo erede al trono, ma avversata dal padre re Alfonso IV, che la fece uccidere a Coimbra il 7 gennaio 1357. Una tragica storia di amore e morte che ha ispirato fondamentali lavori della letteratura portoghese ed europea (Garcia de Resende, António Ferreira, Luís de Camões, Luís Vélez de Guevara, solo per citare alcuni autori), circa una quarantina di melodrammi tra il secondo Settecento e la fine del secolo scorso e numerosi coreodrammi. Un mondo, quello del balletto italiano ottocentesco, tanto affascinante quanto semisconosciuto, che questo interessante volume (il terzo dedicato da Statello al soggetto Ines de Castro) ha il merito di disvelarci.
Giuseppe Canziani, nel 1775 a Venezia -e che successivamente portò il soggetto a Pietroburgo con la sua Inessa de Castro -, Giuseppe Herdlitzka, Domenico Le Fèvre, Antonio Muzzarelli e più tardi Antonio Cortesi e Salvatore Taglioni sono stati i maggiori coreografi che hanno offerto al pubblico la loro versione della storia di Ines. Statello, oltre a dedicare loro una sezione del libro con schede biografiche, ne analizza nel dettaglio i lavori ed è interessantissimo notare quali sono le varianti tra l’una e l’altra versione e scoprirne, insieme all’autore, le motivazioni. Ad esempio, Canziani si ripromette, secondo le teorie illuministiche, di osservare le virtù borghesi, e dunque non presenta Ines nel ruolo di amante ma in quello di sposa segreta; nella rappresentazione romantica di Cortesi Ines non morirà a causa del veleno, ma sulla scena ci sarà un cruento spargimento di sangue, secondo, appunto, il gusto dell’epoca.
A parte il rigore scrupoloso della ricerca, quel che più si apprezza del volume è il suo avere salvato dalla dimenticanza un importante tassello di storia culturale, come pure sottolinea, alla fine della sua Introduzione, dove ci istruisce sul ballo teatrale in Italia tra il XVIII e il XIX secolo, Paola Ciarlantini.

Norma Stramucci

Reiner Kunze, CROCE DEL SUD

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Oggi, 16 agosto 2022, Reiner Kunze, nato a Oelsnitz il 16 agosto 1933, compie 89 anni. Il mio omaggio alla sua poesia avviene anche quest’anno con una traduzione inedita. (Anna Maria Curci)

 

 

CROCE DEL SUD

Notti che ti lapidano

Le stelle precipitano giù
nella loro luce

Tu stai nella loro grandine

Nessuna ti colpisce

Eppure fa male,
come se tutte colpissero

 

Reiner Kunze
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

KREUZ DES SÜDENS

Nächte, die dich steinigen
Die sterne stürzen herab
auf ihrem licht

Du stehst in ihrem hagel

Keiner trifft dich

Doch es schmerzt,
als träfen alle

 

Reiner Kunze
da: ein tag auf dieser erde, Fischer Verlag 1999: 56

Rosaria Di Donato, Preghiera in gennaio (recensione di Antonietta Tiberia)

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Rosaria Di Donato, Preghiera in gennaio, Macabor Editore 2021

Sull’onda di un verseggiare ben ritmato, Rosaria Di Donato ha scritto la sua nuova raccolta di poesie: 36 liriche, alcune molto brevi, altre di poche decine di versi sciolti, divisi in strofe di varia estensione, che esprimono verità profonde e invitano alla riflessione sulla vita; quasi una meditazione sulla Morte, sul Tempo e sul nostro effimero. Poche ma intense pagine, nelle quali l’autrice ci fa intravedere la parte più intima della sua anima. Uno sguardo attento al tempo interiore. Circola in questa raccolta una segreta, misurata armonia, quasi che l’autrice, pudica, volesse far intendere oltre i brevi versi, sempre limpidi e salmodianti, l’essenza e la purezza del sentimento.
Marzia Alunni nella sua prefazione, che denota compartecipazione ed entusiasmo per le sensazioni e i sentimenti sprigionati da questa poesia e per le emozioni che essa può suscitare nel lettore attento, capace di discernere tra un verseggiare comune e uno ben qualificato, scrive: «Non c’è fede in Dio senza testimonianza. Chi parla di Lui è stato scelto, anche se non ne è consapevole».
Se l’elemento centrale della poesia, in un momento complesso e convulso come questo, deve tornare a essere quello dell’intensa riflessione e profondità del messaggio, non si può dunque non rimanere colpiti dal lavoro di Rosaria Di Donato, che fa di questi due aspetti il cardine del proprio percorso poetico. I moti dell’animo riposano, come la quiete dopo la tempesta, nella riscoperta della luce della verità, che vive negli occhi di coloro che hanno il coraggio di cercarla e di esprimerla.
Da donna del suo tempo nel suo tempo, la poeta cerca se stessa nella musica dei versi, con queste poesie che si stagliano come preghiere, come celebrazione di tutto quello che non può ricevere risposta. Accosta i versi uno all’altro per dare quel senso di commozione; va alla ricerca di piccole sfumature per trarne una sensazione di pace interiore, adottando un lessico che si distingue per la sua pregnanza semantica, cioè per la sua capacità di oggettiva definizione della realtà interiore: versi essenziali e ruvidi, brevi, affilati, ripuliti da ogni orpello, che mirano all’essenza delle cose, riducendo tutto all’osso, al nocciolo duro che non si può comprimere.
Nella maggior parte delle composizioni sono presenti una forte percezione del continuo divenire di tutte le cose e la consapevolezza della fragilità della vita; inoltre, in svariate, l’intensità dell’inquietudine esistenziale non riesce a essere mascherata e coinvolge nel suo vortice anche l’emotività del lettore.
Questa raccolta, riuscita, si presenta come una compiuta espressione dell’interiorità della sua autrice e dei procedimenti dell’arte sua, permeata di riflessione filosofica, che spazia dai temi più semplici a quelli più profondi e spirituali, che non esprimono solo gioia e piacere, ma soprattutto sofferenza, ad evocare una spiritualità tutta umana.

©Antonietta Tiberia

 

prima che sia notte
ancora vorrei qualcosa
qualcosa di mio
qualcosa che irrompa
nel tempo mostrando
un seme nuovo
un germoglio
e non disamore

*

germinazione

ah se dato mi fosse
d’incontrare i santi
mi aggrapperei
alle loro mani
e stringendole forte
lascerei cadere
sulla terra
quella luce
che sola trapassa
il corpo
e poi in gocce
di calore
ricade
diffondendo amore

terra promessa
iridati pensieri
duraturi orizzonti

il bene

*

quanto errasti maddalena

audace maddalena
sciogliesti i tuoi capelli
a carezzarmi i piedi
mai seta fu più fine
e profumata
mai lacrime più calde
fruscio d’oriente
quasi geisha
soave fu il perdono
che scivolò nel cuore
che ti (nacque) dentro
a ri-trovare il mare di spuma
e sale (sole) di onde a contenere
i giorni a scan-dire il passo
rinnovato del tuo andare
alla sequela ormai
del redentore
ché quelli che si perdono
trovano dio

*

il padre-il figlio

ti chiama il padre
e tu rispondi abbà
non riesco a farcela
troppo pesante
vivere morire
amare sopportare
piangere lottare

dov’è la festa
che sognavo
il mondo
in cui credevo
la vita
che aspettavo
io chi sono

dove sto andando
a chi appartengo
è un sogno-finzione
oppure è vero
il nulla impera
il mondo è vano
sono solo

no tu sei con me
risponde il padre
sempre ti ho avuto
in grembo
all’alba dei giorni
ti ho pensato
di Spirito nutrito

non temere il buio
non prevarrà

*

maria bambina giocava con l’agnello

giocava maria bambina con l’agnello
che ancor non si teneva sulle zampe
ritto stringendolo al suo petto

di baci copriva il muso
e con le dita intrecciava riccioli nel vello
belava l’agnellino confuso
per tanta soavità fatta persona

luce circonfondeva i due festosi
di gioia ricolmi e Santo Spirito
aleggiava intorno profetizzando
che l’agnello uomo sarebbe divenuto
nel grembo della vergine-fanciulla
al tempo stabilito

giocava maria nella sua infanzia
e l’innocenza tingeva d’entusiasmo
le gote e il vivo sguardo s’accendea
di consapevolezza che dio l’aveva scelta
per dimora

Margherita Rimi, Il popolo dei bambini (lettura di Norma Stramucci)

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Margherita Rimi, Il popolo dei bambini, Marietti 2021 e il tema dell’abuso. Appunti di lettura

Margherita Rimi ha trattato il tema dell’abuso in Le voci dei bambini, Mursia 2019.  Il libro raccoglie poesie di un decennio, dal 2007 al 2017 e quelle a cui allude il titolo sono voci che lasciano spiazzato chiunque rabbrividisca al pensiero che esistano adulti capaci di essere carnefici. Per abuso si intende naturalmente qualsiasi strumento, qualsiasi ferita inferta all’anima dell’infanzia. Letto questo libro, singhiozzato come singhiozzano i suoi versi, sofferti il bianco, il nero, il blu, il rosso e il verde, i colori che ne delimitano le parti, sono mancate le parole per qualsiasi commento: la poesia aveva, nella sua assolutezza, detto già tutto.
Si è ritrovato però lo stesso tema in un libro diverso, Il popolo dei bambini, Marietti 2021, un saggio dove il tema è visitato non dal punto di vista delle “anime coatte e violate”, come scrive nel risvolto della copertina di Le voci dei bambini, Guido Oldani, ma dallo stesso della Rimi, non a caso medico e neuropsichiatra infantile che tanta dedizione e cura ha rivolto al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. E dunque ancora alla Rimi si è manifestata la necessità quasi di un accorato appello al mondo adulto per, come recita il sottotitolo, “ripensare la civiltà dell’infanzia”.
Anche quando di abuso esplicitamente la Rimi non parla è comunque sotteso: è abuso, ad esempio, non riconoscere ai bambini la dignità di essere popolo. Eppure, quello dell’infanzia, ci induce a riflettere l’autrice, è un popolo che si riconosce oltre i confini di razza e lingua, capace di comunicare attraverso il gioco anche nelle situazioni più drammatiche. È abuso il costringere ore e ore dietro a un banco di scuola (e aggiungo che ci sono adolescenti alti anche un metro e 80 centimetri…) bambini che ne soffrono. È abuso la mancanza di rispetto nei loro confronti quando disprezziamo un adulto per le sue “bambinate” o perché “piange come un bambino”. È abuso il linguaggio di certa pubblicità, sia corporeo e gestuale, quando ne fa degli adulti in miniatura, sia verbale, quando li fa parlare come non farebbero. È abuso ogni qual volta un bambino o un adolescente non incontra un “maestro-profeta”, una guida capace di cogliere le sue potenzialità. È abuso ogni libro per l’infanzia che sia semplicistico, che non sia di valore, dal momento che scrivere per l’infanzia non è assolutamente semplice. È abuso che anche là dove l’abuso è più atroce non esista una preparazione linguistica adeguata per chi deve interpretarlo.
Non è possibile una graduatoria di gravità tra gli abusi. Certo i bambini in guerra, le spose bambine, la prostituzione minorile, il lavoro minorile, i bambini venduti, – tutti temi per cui si invita alla lettura sconvolgente di Le voci dei bambini –, sembrano orrori più gravi di una bimba truccata che scimmiotta una top model. Eppure.
A dire quanto quello dell’abuso sia tema fondamentale, Il popolo dei bambini si chiude proprio con una Postilla sull’abuso: la Rimi vi ribadisce che l’abuso sessuale è un atto criminale e invita, attraverso una scioccante pagina di Dostoevskij  al valore conoscitivo della grande letteratura.

©Norma Stramucci

“Un bel giorno sarà estate”: Intervista a Giovanna Amato

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Il blog “Lettere migranti” ospita oggi il dialogo con  Giovanna Amato intorno al suo romanzo Un bel giorno sarà estate, pubblicato da fvə editori nel 2021. Buona lettura! (Anna Maria Curci)

 

  1. Tonio, il protagonista di Un bel giorno sarà estate, è un –bot. La sua origine lo distingue dunque dagli umani. Intensità, concentrazione, capacità di muoversi nei territori del sublime e dell’assoluto, essere estraneo, essere alieno accomuna senz’altro Tonio a tanti suoi affini letterari – la schiera è lunga e varia, ma Tonio ha tratti che lo rendono unico. L’idea del romanzo è scaturita nel tuo progetto dalla ‘natura’ del protagonista o da un altro nucleo?

L’idea del romanzo è scaturita dalla natura dell’amore, se posso permettermi la superbia di poter ragionare su un colosso concettuale del genere. Mi ero focalizzata su un’idea in particolare. Volevo credere possibile un amore disinteressato, svincolato dalla speranza di essere ricambiato, sensuale indipendentemente dalla quantità di erotismo (non di sesso, di erotismo) e dal lessico familiare, che è forse il vero tavolo su cui si gioca la partita di un legame amoroso. Volevo controllare se fosse possibile senza che il suo detentore si votasse a un destino di rinuncia e sofferenza. In parole povere: esiste un amore scevro dal possesso e che non si disperi, ma allegramente si nutra di sé? Creare un -bot è stata una bieca manovra per non annoiare con la dinamica lui-ama-lei e soprattutto con la dinamica ecco-cosa-si-prova-in-amore, di cui il libro è pieno e che poteva esserlo solo a patto di qualche sotterfugio. Il sotterfugio è il -bot. Per Tonio, incapace di amare senza il supporto chimico delle sue pillole, la scoperta della fisiologia dell’amore è una novità: questo mi permetteva di parlarne senza risultare lapalissiana o ridondante. Quindi la natura di Tonio è consequenziale ma anche vagamente tangenziale. Mi occorre. Ma mi occorre a pronunciare l’inesplorato del sentimento amoroso, che è il paesaggio della domanda che nel libro si staglia come un dolmen: è possibile amare con tanta intensità da – lungi dall’annullarsi – fare di questa intensità nutrimento per entrambi? Tempo fa leggevo Guerra d’infanzia e di Spagna, e a un certo punto Ramondino usa una frase folgorante per descrivere l’innamoramento, che io trovo verissima e che Tonio approverebbe: «spesso mi pareva che non avrei mai potuto sopportare neppure i successivi cinque minuti». Maneggiare il sublime, come dici tu, essere estraneo perché separato, perché «sacro», perché per nulla sicuro (né particolarmente interessato) di arrivare al minuto numero sei per la detonante regalità che ci abita: volevo descrivere esattamente quei cinque minuti, a cinque minuti per volta.

  1. La scuola è il luogo in cui sono ambientate molte scene del romanzo. Tonio si trova lì con un preciso incarico del governo, quello di svolgere l’ora settimanale di «dismisura creativa». Proprio lì Tonio incontra Maria e, con lei, una dimensione nuova, molto vicina a quella che per i poeti è la soglia sull’abisso e, d’altro canto, lo stupore incommensurabile. Dove risiedono le ragioni della scelta della scuola come luogo privilegiato delle vicende narrate?

La scuola è la mia casa, da più di dieci anni. L’anno in cui ho scritto questo libro, un’imbarazzante primavera di cinque anni fa, avevo quattordici classi, le riunioni si facevano in presenza, da ciò si desume che la scuola era letteralmente la mia casa. Avevo la borsa piena di libri e pranzi e bevande in una sacca a parte. Ma la scuola è il luogo in cui un ragazzo di undici anni scopre per la prima volta che si può amare al punto da chiedere al principe guerriero che si è sposato di non andare in guerra, e farlo deridere dall’intera città. Si proietta alla LIM il volto dell’Andromaca di De Chirico che affonda nella clavicola del suo amore, e si è già detto tutto riguardo agli umani. La scuola è l’addestramento alla bellezza, a quelli che tu chiami abisso e stupore. Ed è un luogo che permette ai due attori del mio libro di vedersi quotidianamente: senza, mancherebbe il puntello logico per cui Maria, piacevolmente assediata ma pur sempre logica nelle sue azioni, dovrebbe stare con Tonio in una routine quotidiana, lunga e condivisa. Ma non sono né partita da questo né sono andata a cercarlo dopo aver messo a fuoco un’esigenza narrativa. L’ho scritto, perché era vero. Questo è il criterio, quando butto nove libri ogni volta che ne scrivo due.

  1. All’inizio del capitolo 11, dinanzi «ai cesti del fruttivendolo», prende vita una fantastica esplosione di colori, puri e mescolati, caldi e freddi, vividi e, allo stesso tempo, portatori di simboli. Sembra di trovarsi di fronte a una contemporanea rivisitazione del “blason des couleurs” medievale, con ogni tonalità cromatica emblema e portatrice di un universo. L’accostamento è verosimile o si tratta della mera interpretazione di chi legge e si appropria del libro che, una volta pubblicato, consegnato alla lettura, diventa «il libro di tutti»?

Proprio perché mi piace remare contro all’idea di libro di tutti, che rispetto e condivido ma contro cui mi piace molto giocare, sono una vera serpe quando c’è da descrivere. Il cortile di scuola non può essere altro cortile se non barando di fantasia. E Maria ha i suoi bravi dettagli, lanciati come un dado e che la inchiodano a una certa maniera. Si dice che ha la bellezza di una mantide. Che ha gli zigomi alti, da tartara. A questo proposito, l’incredibile copertina che fve editori mi ha regalato, a opera di Francesca Bianchessi, accosta un goniometro alla gota di una donna stilizzata. Maria è impressa, non è di tutti: a rendere chiara la scivolata di colore dei suoi occhi c’è una metafora così lunga che riguarda l’intera ricerca del giusto guscio di frutta secca al bancone di un mercato. Tonio ha un problema, con gli occhi di Maria. C’è uno studio secondo il quale innamoramenti molto violenti possono generare un’amnesia dei tratti somatici dell’altro, che può essere decodificato solo in presenza. Esiste una zona del cervello precisa che interpreta i volti, ma l’innamoramento rende così traumatico il viso da creare un deficit di comprensione dei dati a livello di quella zona. Terribilmente affascinante, e fastidioso, lo dico da vittima di questa perenne fornitura di nostalgia. Tonio ricorda Maria, è pur sempre un -bot. Ma è completamente incapace di capire i suoi occhi, che vanno dal verde al castano con qualche irritante spruzzata di rosso. È lo stesso processo di mancata lettura, dovuto a questo amore irrequieto. Così vorrebbe quasi tenere in tasca un talismano che la rappresenti, che sia il suo occhio. Non gli basta capire di quale legno abbia il colore d’occhi: in una fervenza da bestiario medievale, se ne vuole impossessare.

  1. A proposito della scelta di Tonio, ho scritto di un atto di ribellione, temerariamente ponderato, all’economia del dare e dell’avere, alla logica dell’utile, perfino al capriccio di colei che, pur indietreggiando dinanzi all’abbagliante gratuità, non vuole rinunciare a essere idolatrata. “Discorrere d’amore” non è mai stato così sovversivo, non trovi?

Adoro l’immagine che allarga l’amore alla logica dell’utile. Adoro che di Maria si noti quella punta di vanità, che non è la lusinga, del tutto innocente, ma qualcosa di più malizioso. Trovare l’accoglienza magari lusingata ma senza giochini di potere è cosa rara. Eppure, nonostante la vanità o forse proprio per questo, Maria è preda di quella logica dell’utile da cui Tonio è affrancato. Anche per lei, angosciata all’idea di non corrispondere e quindi di essere-da-meno, l’amore è derubricato a questione da dover ricambiare come un pranzo con dei conoscenti. Un amore che dia, che sia appagato dal suo dare, è ancora socialmente inopportuno, come minimo manchevole o sofferente. Tonio non ha neanche il tempo di farci caso, non è una questione di scegliere. La scelta di Tonio semmai non è solo la scelta di assumere delle droghe, ma di continuare a farlo. E questa non è mai una dipendenza dall’effetto in sé: Tonio è estraneo a masochismi e dipendenze. Lui vuole continuare a ricreare la purezza di un sentimento. Per lei, apparentemente, ma soprattutto perché è per sé stesso che vale la pena. Il punto non è essere ricambiati, ma essere felici: e quale altro -bot si è mai annullato addosso la dicotomia tra dolore e meraviglia? Tonio è appagato, perché gode in maniera entusiasta e curiosa del moto perpetuo di questo sentimento. Ed è puro, non perché esente dal desiderio e dal sesso (il corpo è anzi molto presente nello strazio di non poterlo toccare, nell’incanto di clavicole, capelli, dettagli). Purezza non vuol dire astrazione. Vuol dire ubbidienza a un sentimento senza risparmio. Tonio ha scoperto la nostra dismisura: se noi avessimo il modo di scoprire la sua, questo disinteresse senza infelicità, saremmo questa parola che tu dici e che mi piace. Sovversivi. Ma ho il veleno nella coda, e propongo dall’altro lato una triste verità: forse non c’è reale via d’uscita. Chi dà può raggiungere la gioia dell’agape, ma è la persona che amiamo che, anche nell’innocenza della lusinga e fuori dalla logica dell’utile in cui è Maria, si sentirebbe-da-meno, come quando si ha in mano un regalo troppo prezioso. Chi ama, forse, lo fa per sé, e questo non è esente da una forma di egotismo. Chi dona, può; il peso è di chi riceve. Sotto questo cielo, insomma, forse l’amore disinteressato non ha via alcuna.

Anna Maria Curci – Giovanna Amato

Cristina Polli, Quando fioriscono le tamerici (nota di Agostina Pagliaroli)

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Cristina Polli, Quando fioriscono le tamerici (nota di Agostina Pagliaroli)

Questa seconda raccolta, 20 poesie, di Cristina Polli dal titolo suggestivo Quando fioriscono le tamerici ci introduce da subito nell’incanto di un mondo che trae la sua forza dall’umile, spontanea magnificenza della vegetazione delle nostre coste. La Natura che l’autrice ama con passione, senza ambiguità, riecheggia instancabilmente nei componimenti. Eco di marosi, sparsi elementi di paesaggio sfilacci di posidonia sulla sabbia conchiglie leggerezza dell’aria movimento impetuoso di vortice che scuote squassa di onde e di spuma la superficie liquida. Natura protagonista. In tinte di delicato acquerello essa apre la silloge.
Nel componimento un unico verso, un climax Suono onda spuma _ azzurra velatura (p.14) nella sequenza dei tre sostantivi da campi semantici diversi, interviene a creare una tensione crescente che sembra sciogliersi sospesa nella delicata velatura azzurrina a pelo d’acqua. Pennellata veloce che abbozza un’immagine di grande impatto emotivo per l’analogia con le vicende umane.
Presenza sonora palpitante potente la Natura oppone in controcanto la sua voce al muto silenzio dell’altra comprimaria, l’anima. Lei che Ha composto l’arte dell’ascolto nella partitura del silenzio (43) entra in scena nel secondo componimento.
E nel tempo più dolce in cui la vita rinasce, il mondo si fa accogliente, ne saluta il ritorno. Il suono del vento libera voci e sfiora con delicata carezza e mentre l’eco dei marosi si placa Lei passa avanti e canta (p. 15).
Senso di tenerezza materna nell’invito che l’autrice finalmente rivolge al suo doppio Vieni quando le tamerici sono in fiore, quando le pendule infiorescenze tacciono i bisbigli (p.17) che diventano voci sonore quando parla il bianco col bianco della spuma e del ritorno (p.17).
Tamerici voci sussurri, umili piccole cose, il riferimento è al mondo incantato del Pascoli delle Myricae che ritorna nell’ultimo componimento e chiude in perfetta circolarità il viaggio esistenziale dell’anima.
Ogni componimento nella brevità di una strofa quasi delicato “haiku” si presenta sotto una veste doppia. In un’atmosfera rarefatta e raffinata i primi versi accarezzano svelando una ben radicata passione per la vita che inaspettatamente si trasforma in altro. Non c’è spazio per l’abbandono. La luminosa leggerezza delle immagini si dissolve e improvviso irrompe un sentimento che destabilizza, provoca un déplacement.  Al lirismo iniziale si sovrappone si sostituisce l’inquietudine di una coscienza in cerca. Dirompe squassa pietra scoglio frase.   (p. 19). Sinestesia metamorfosi semantica e la sofferenza emerge dal profondo per placarsi solo alla fine di un lungo cammino di silenzio.
Poesia di immagini splendenti nella loro bellezza che nulla concedono se non al lampo di una percezione che si dissolve nell’immediatezza dell’istante.
Poesia che si definisce per negazione.
Non è “appaisante”, non promette né regala facile consolazione né attraverso di essa l’autrice la ricerca.
Non mira a descrivere.  Non narra. Si scioglie dal vincolo dei significati concreti per tradursi in sequenze sonore evocative, rimandi originali a un tempo e a un luogo altri. Il suo approdo: la spiaggia del puro simbolismo, consapevolmente coniugato con un originale moderno ermetismo.
L’attraversa fortissimo il senso di nostalgia per un passato che non si svela mai. Infanzia perduta? Luoghi remoti dell’adolescenza? Una sofferenza che ben si rispecchia nell’Heimweh. Dolore per la ‘dimora’, per i luoghi di un tempo, per un’innocenza antica. ‘Dimora’ dei sentimenti ancestrali dalle profondità inattingibili. Dimora, giardino di pietra della pianta silente (p.23) da custodire tuttavia perché l’anima possa ritrovarlo.
La nostalgia allora si colora di accenti paradossali, guarda all’incompiuto nel suo aprirsi ad un futuro mai realizzato. Non solo desiderio ardente del ritorno, amore struggente per l’impossibile recupero del tempo.
Diventa anelito, brama, accoglie in sé l’assurdo. Rinnovata Sehnsucht dei romantici tedeschi, è aspirazione appassionata a qualcosa di mai accaduto, a un nuovo mondo possibile. È sete mai sazia di ri-scrittura della vita alla luce di uno sguardo rinnovato. Ed ecco allora il ritorno tanto agognato perché Nell’ossimoro della fuga (p. 33) ogni fuga è un ritorno (p.21). E nel tempo più dolce, quando le tamerici sono in fiore, l’anima può finalmente acquietarsi. Torna! Vieni, è l’invito che l’autrice riprende nei versi finali di questo viaggio. Desiderio di ritorno mai dichiarato, sempre celato, chiuso semmai in un verbo, in un sostantivo.
La parola-scrigno diventa custode fedele di preziosi non detti. Attenta, quasi ossessiva la sua ricerca. Scelta lessicale che benedice la sottrazione l’insegnamento della leggerezza (p. 33) Originali, inediti gli accostamenti che l’ampio ricorso all’analogia e alla sinestesia, di ermetica matrice, assicura superando nessi logici e semantici.
Libere, le “parole” si rincorrono rinviano alludono danno voce a una straordinaria ricchezza interiore che mai si manifesta interamente.
Radicate fortemente nella esperienza umana dell’autrice, ad essa attingono senza tuttavia mai esplicitarla, quasi a significare un pudore che teme di rivelarsi.
Spoglia di ogni autobiografismo, la poesia di Cristina Polli chiama in causa la vicenda di ognuno, parla al lettore trascinandolo nel profondo della propria interiorità in un dinamismo che assurge a universalità.
Nessuna certezza nell’avventura della vita, Ci accostiamo imperfetti allo spartito alla coloritura di fraseggi e nel difficile viaggio Cerchiamo tracce antiche nelle voci (p.27). Gli esseri, quasi frammenti di pietra, silice che Graffio e luce tagliano (p.29), appaiono Sgretolati. Occultati dal moto sinuoso bianca spuma che sabbia li riduce e sabbia sperde (p.29)
Unisce l’universalità. E l’autrice si consegna, si affida alla libertà di ognuno di colmare il vuoto nella ri-costruzione del mondo. Accetta il rischio. Perché ogni lettura è ri-scrittura, creazione di nuovo inedito significato
Ne nasce un dialogo che squarcia la superficie ghiacciata, penetra la profondità, trascina ‘dentro’ chi si avventura in quel mondo, chi vuole svelarne il segreto che i versi riescono solo a evocare.
Dialogo fecondo in cerca di tracce antiche come luci nella notte.

©Agostina Pagliaroli

Cristina Polli, Quando fioriscono le tamerici. Poemetto. Prefazione di Alessandro De Santis, FusibiliaLibri 2020

 

 

 

 

 

 

Ottavio Olita, Sulle tracce di Almeida

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Ottavio Olita, Sulle tracce di Almeida. Postfazione di Silvano Tagliagambe, IsolaPalma 2021

Da un moto di sacrosanta insofferenza, di giusta rabbia, scaturiscono prima una lettera del giovane protagonista Luca Mulas, poco più che ventenne, poi la serie di eventi, luoghi, personaggi e scoperte che popola Sulle tracce di Almeida, il romanzo più recente di Ottavio Olita.
La lettera, scritta nel 2019 e lasciata dal giovane alla madre Valeria, medico a Cagliari, spaventa quest’ultima, giacché Luca appare fermamente intenzionato a far perdere le sue tracce dopo esser partito dalla città. È una lettera che denuncia il degrado di un paese nel quale l’esclusione degli ultimi, la violenza – razzista, antisemita, fascista – sono tornati a trionfare; è una lettera che, d’altro canto, rivela una assunzione di responsabilità, una ‘auto-mobilitazione’: Luca scrive che ritiene che spetti alla propria generazione muoversi, camminare, conoscere, aiutare, avere cura, agire per opporsi alla colpevole indifferenza.
Valeria teme in un primo momento che Luca pensi a una rivolta, violenta anch’essa come il male che si propone di sconfiggere; consigliata dall’amica Nerina, si rivolge al giornalista Nicola Auletta.
Cominciano così da un lato le ricerche, condotte discretamente dal capitano dei carabinieri Gino Murgia – una presenza costante, insieme al già menzionato Nicola Auletta e all’avvocato Giuliano Deffenu, nei romanzi di Ottavio Olita –; dall’altro lato prendono le mosse le tappe di avvicinamento a quella che sarà o, per essere più precisi, diventerà una delle mete del suo cammino, che si presenta, come nei due romanzi di formazione per eccellenza, che Goethe costruisce intorno alla figura di Wilhelm Meister (Wilhelm Meisters Lehrjahre e Wilhelm Meisters Wanderjahre), come “apprendistato” e “viaggio”: Porto.
Dopo Cagliari, ci sono infatti Bologna, città nella quale Luca incontra altri giovani e si scontra con le fasce più violente dello scontento nei confronti della realtà sempre più disgregata e iniqua e di una classe politica vana e corrotta; Padova, dove conosce Beatriz Alves, Madrid, dove si ferma per qualche tempo e, grazie a Gianni Gentili, figura paterna e sollecita, riesce a partecipare in prima persona a iniziative di incontri culturali, e infine Porto, dove sarà proprio Beatriz, Bea, a invitarlo. Ma il ventaglio nutrito di luoghi si dispiegherà ulteriormente, a mostrare Lisbona e, di nuovo in Spagna, la Navarra; con un ricordo drammatico del personaggio dell’avvocato Rafael Melis Pilloni, anche Gonnosfanàdiga nel Campidano nel terribile bombardamento del 17 febbraio 1943.
A Porto, dove la storia d’amore tra Bea e Luca crescerà, Luca conosce i nonni paterni di Bea e Caetana, amica di Bea, che, a sua volta, lo introdurrà alla scoperta di Almeida Garrett.
La figura di Almeida Garrett è, come suggerisce il titolo stesso del romanzo, centrale in tutta la vicenda. Lo scrittore, giornalista e politico ottocentesco João Baptista da Silva Leitão de Almeida Garrett, pensatore profondo e brillante, sostenitore e propugnatore del liberalismo e del costituzionalismo, si rivela guida spirituale nel viaggio tra memoria e futuro di Luca Mulas.
In questo vero e proprio viaggio di conoscenza – e il viaggio di conoscenza, metafora e sale di una vita piena di senso è un concetto cardine – si illuminano alcuni sentieri, che possono essere considerati vere e proprie piste di ricerca per chi legge e si inoltra tra le pagine del romanzo Sulle tracce di Almeida.
Il primo sentiero è quello della pluralità, di luoghi, di culture, di etnie: l’epigrafe dall’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti è indicativa di un filo conduttore che sarà intrecciato per tutto il corso del libro, per culminare in un progetto, un’iniziativa che promuove e diffonde l’incontro tra i popoli. La pluralità di lingue parlate e ‘frequentate’ dai personaggi del romanzo è un aspetto importante, accompagnato dalla cura di Ottavio Olita, che è stato, ancor prima che giornalista, docente universitario di lingua e letteratura francese, di “fare esprimere ciascuno nel proprio idioma”, come egli stesso ha avuto modo di dichiarare il 27 aprile 2022 a Roma, in occasione della presentazione del libro alla Fondazione Murialdi.
Il secondo sentiero è quello della formazione, attraverso i maestri: non solo i professori, come Acúrsio Souza e, successivamente, Giorgio Mingardi, ma coloro che della loro vita hanno fatto testimonianza, dai personaggi Gianni Gentili e Rafael Melis Pilloni, ai sacerdoti don Luigi Ciotti e don Tonino Bello, menzionati da Eleonora, nonna materna di Luca, nella sua lettera-lascito al nipote. Nella formazione hanno un ruolo fondamentale i nonni: nonna Eleonora per Luca, nonna Isabel e nonno Jorge per Bea. I nonni sono punto di riferimento, interlocutori prediletti, fonte e meta di affetto incondizionato, sapienza di vita.
Il terzo sentiero riguarda la dimensione politica, nel senso più alto del termine, dell’esistenza. Come contrapposizione alla sciatteria, alla corruzione, all’opportunismo, all’interesse privato, essa è indissolubilmente legata all’assunzione di responsabilità. La dimensione politica, nelle aspirazioni che vanno progressivamente chiarendosi agli occhi dei giovani protagonisti, Luca, Bea, la loro amica Caetana, appare armoniosamente allacciata alla passione culturale, artistica e letteraria, senza scissioni, come dimostra la vicenda esemplare di Almeida Garrett. La tensione spirituale, la spinta degli ideali è accompagnata e sostenuta dalla solidarietà nei confronti di chi ne ha maggiormente bisogno. La politica non può pensare di fare a meno della bussola del sapere: il punto di vista dell’autore è messo nel giusto rilievo da Silvano Tagliagambe nella lucida e chiara Postfazione.
Il quarto sentiero riguarda la testimonianza di umanità ai tempi dell’emergenza. Il diffondersi del virus Covid-19, le misure adottate per fronteggiarlo, le restrizioni, il mutamento drastico della quotidianità e l’irrompere del lutto sono temi che entrano con la loro urgenza nel romanzo, insieme al quesito: quale è la responsabilità del singolo e della comunità civile dinanzi all’imprevisto, all’imponderabile? La pandemia, la guerra non possono, non devono sospendere la pietas e, con un raggio più ampio e inclusivo, la compassione («con-dolore», per ricorrere a un concetto centrale nella scrittura di Hilde Domin che, come Almeida Garrett, dall’esilio ritornò con l’impegno di chi costruisce pace), il sentimento profondo di umanità.

© Anna Maria Curci

 

Conoscere Almeida Garrett è servito a farmi nascere un margine di speranza. Per sostenere i suoi ideali affrontò prima il carcere, poi l’esilio durante il quale seppe anche dare una più precisa definizione di qual particolare sentimento di nostalgia che è la saudade; si mise in relazione con il nuovo che stava nascendo in tutta Europa, sia in politica, sia in letteratura; capì quale grande funzione avrebbe potuto svolgere il giornalismo d’inchiesta e per praticarlo creò due diverse testate, una successiva all’altra; prese parte attiva al grande movimento liberale che stava nascendo e crescendo in Portogallo, grazie anche al suo contributo di poeta, romanziere e drammaturgo.
Tradusse la sua elaborazione teorica in opere che segnarono il suo tempo e che fecero rinascere la passione dei portoghesi per le proprie tradizioni popolari. Utilizzando il suo romanzo più importante, Viagens na Minha Terra non solo come opera narrativa, ma anche come testo storico e filosofico, seppe mettere insieme efficacemente intrattenimento e diffusione della conoscenza.
Fondamentale, nella sua esperienza di vita e professionale, è stato l’interscambio con le grandi culture europee del tempo, da quella inglese, a quella francese, a quella tedesca. Uno scossone per quegli anni nei quali il suo Paese rischiava di sprofondare nella palude dell’ignoranza voluta dall’assolutismo.
Perché non rilanciare uguali modalità d’intervento oggi, in tempi nei quali sembra prevalere l’ossessione della chiusura culturale, politica, etnica, nei propri confini nazionali? Un’egemonia che impoverisce, invece che arricchire, proprio come l’assolutismo di allora. (p. 198)

 

Ottavio Olita, da 40 anni giornalista – dopo sei anni di insegnamento universitario – negli ultimi tre decenni si è dedicato ai libri. Prima saggistica, poi narrativa. Questo è il suo ottavo romanzo. Scrive con il PC sulle ginocchia, le idee migliori gli vengono camminando, poi le trascrive ascoltando musica: Rossini, Mozart, Bach, ma anche Beatles, Edith Piaf, Mina.
Ama i gatti.

 

Maria Gabriella Canfarelli, Memento

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Per questo 25 aprile 2022 propongo la lettura di alcune poesie che Maria Gabriella Canfarelli ha scritto in Memento. Dalle Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana (Edizioni Cofine 2021), insieme alla mia prefazione. «Ricordare, ricondurre al cuore vicende, destini, scelte e sorti di donne e uomini attraverso una poesia, “parola che fa accadere”, che riprende, condensa, illumina il dettato di quelle ultime missive, congedo e lascito, commiato e impegno»: questo è il dono, testimone e pegno, che Maria Gabriella Canfarelli ci offre anche oggi, Festa della Liberazione.

 

Ricordare, ricondurre alla mente e al cuore: Memento di Maria Gabriella Canfarelli

 

L’imperativo, formulato in latino, è l’invito posto come titolo della propria raccolta da Maria Gabriella Canfarelli: Memento. “Ricorda!”, dunque, è l’esortazione che si fa incontro a chi legge i componimenti in versi che sono nati e si sono sviluppati dalla frequentazione – meditazione, discesa in profondità, testimonianza – con le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana.
Ricordare, ricondurre al cuore vicende, destini, scelte e sorti di donne e uomini attraverso una poesia, “parola che fa accadere”, che riprende, condensa, illumina il dettato di quelle ultime missive, congedo e lascito, commiato e impegno: in un tale proposito scorgo l’intendimento di dare consistenza, forma compiuta e vibrante di spazi e di silenzi, al grande dimenticato dell’oggi, al senso del tragico.
Con l’espressione “senso del tragico” non alludo tanto (non soltanto, almeno) all’epilogo, all’interruzione violenta dell’esistenza terrena, che accomuna le biografie alle quali Maria Gabriella Canfarelli conferisce voce poetica, quanto piuttosto al conflitto permanente, a quella che Salvatore Natoli definisce come «contraddittorietà delle sorti umane strette tra caso (Týche) e necessità (Anánke)».
Nella visione tragica del mondo c’è uno spazio che l’umano può riempire, c’è la risposta a ciò che si manifesta come ineluttabile, e ha un nome e un’esistenza: responsabilità. Della presa in carico della responsabilità nell’esserci, per sé e per gli altri, con sé e con gli altri, riluce la poesia di Memento.
Il sottotitolo Dalle lettere di condannati a morte della Resistenza italiana palesa fin dall’inizio che la prima lettura e le successive riletture di un determinato volume, proprio quello indicato nel sottotitolo, sono indubbiamente state tappe importanti nella stesura dei testi di Memento.
Leggere insieme Lettere e Memento aiuta senz’altro a identificare le voci, a dare loro un nome; sono quelle, per menzionarne alcune, di Walter Magri, Giacomo Cappellini (Il Maestro), Paola Garelli (Mirka),  Antonio Fossati, Eraclio Cappannini, Pietro Benedetti, don Aldo Mei, Giulio Biglieri, Raffaele Giallorenzo, Paolo Braccini (Verdi), Maria Luisa Alessi, Irma Marchiani (Anty), Leone Ginzburg, Renato Molinari, Umberto Ricci (Napoleone).
È un ulteriore viaggio nella memoria, questa lettura comparata, che nulla toglie, tuttavia, all’intervento poetico di Canfarelli. Ne esalta, al contrario, la capacità di dare vita a versi la cui limpidezza, la precisione delle immagini, la partecipazione commossa che si fa ritmo, misura, cadenza, imprimono tracce profonde nelle percezioni e nelle rappresentazioni di chi a Memento si accosta e ne percorre le pagine vive di presenze e vicende.
D’altro canto, leggere Memento ancor prima di riprendere in mano il volume delle Lettere, attraversarne i testi ed addentrarsi nella loro architettura, nella loro partitura, è un procedimento che conduce alla scoperta della caratteristica principale di questa opera di Maria Gabriella Canfarelli: l’equilibrio tra l’intuizione profonda dello stato d’animo, di volta in volta ritratto e restituito, e la sapienza compositiva.
I trentacinque testi di Memento sono tutti condensati in un’unica strofa, la cui lunghezza varia, tuttavia, tra sei, otto, nove o undici versi. Anche la misura metrica è diversificata: settenari («Non più di un giorno al mese») si alternano a ottonari («qualcuno ordinava: Aprite!»); a novenari («in un’ora viola e imprecisa»), a decasillabi («clandestina al tramonto sui monti») e a endecasillabi («che le parole senza fiato incorda»; «fasciata nella nebbia novembrina») si affiancano versi formati dall’accostamento di un quinario e di un settenario («che non sapete, come stretto mi tiene») o di un settenario con un novenario («la pistola tedesca, il colpo sparato alla nuca»).
Quando l’attacco di una poesia è costituito da un decasillabo («Ho vissuto contando le ore»; «In piedi, sulla porta socchiusa») o da un doppio decasillabo («Pensavo di incontrarti a Torino/ ma un agguato mortale aspettava»), anche il ritmo induce all’associazione con il canto dei salmi nella Bibbia. Altri importanti richiami biblici si riferiscono, tra l’altro, al lamento nella cattività («annodato all’orecchio di un Dio/ che non mi sente») o al tradimento («chiacchiere alle orecchie di giuda»).
Le poesie di Memento iniziano tutte con un verso che viene trascritto in corsivo: colei o colui che ‘scrive’ richiama l’attenzione con una frase che introduce in maniera incisiva al breve monologo nel quale riferisce i fatti che hanno condotto alla sentenza, rievoca il passato comune, rivendica le proprie scelte – dolorose, laceranti per sé e per i propri cari, ma scelte: non è dato, come ricordava Gustavo Zagrebelski nell’introduzione alle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, lo stare alla finestra, l’opportunistico prendere tempo, il non schierarsi -, richiede conforto, comprensione, perdono per la sofferenza del distacco, ricordo come esercizio vivo della memoria.
La densità di tutti i versi e, in particolare, dei versi iniziali, ha fatto tesoro di una lunga consuetudine con costrutti e forme della prosa in latino: un esempio significativo è l’incipit «Da pochi istanti emessa la sentenza», che discende da un ablativo assoluto latino e rende con un perfetto endecasillabo la situazione dalla quale l’io poetico di quella determinata poesia (la prima di pag. 18) articola la propria testimonianza.
La forma verbale prevalente è, esattamente come nel titolo, quella dell’imperativo o, in alternativa, quella del futuro con valore di esortazione («l’epitaffio per me. Farete scrivere:/ Resistere è un dovere non da poco»), una “parola” (parola che si fa alleanza, patto e, ancora una volta “parola che fa accadere”) che diventi la prosecuzione di un impegno: «Comando a voi tutti prudenza, non vi fidate», insieme alle ultime volontà: «sigillatemi il cuore,/ gli occhi, la bocca, le braccia conserte/ nella terra di Sestola».
Un imperativo che è, insieme, consegna del testimone di una “parola che fa accadere”, è nei versi di pagina 15, che non ripropongono soltanto alcuni passaggi della lettera a Settimo Costantino di Giulio Biglieri, fucilato il 5 aprile 1944 da un plotone di militi della guardia nazionale repubblicana al poligono nazionale del Martinetto di Torino, ma compiono un passo ulteriore:

Conserva invece i miei versi
non per farli stampare, li darai a mio nipote
perché viva di me, con i libri, la parte
migliore.

Questi di Maria Gabriella Canfarelli in Memento sono versi che, insieme alla memoria, affidano a chi legge un lascito consistente e coinvolgente per l’oggi.

© Anna Maria Curci

Non avrò altri giorni
con te, non verrà il tempo per due.
Mi avresti reso felice, lo so.
Ti prego, Vittoria, resisti.  Dovrai essere
forte, e non morire di dolore
per me che lascio la luce intensa, pulita
di questo mattino e la respiro a fondo
ed è l’ultima volta (non potrò più
stringerti, mai più la bocca coprire di baci).

***

Mimma, un giorno ti diranno
saprai che la tua mamma non ha avuto
un processo giusto o ingiusto che fosse.
I tuoi piccoli anni orfani
come un dolore attorcigliato adesso
sfiancano le poche, necessarie parole
raccolte per te. Non ti vedrò
crescere, altri ti alleveranno:
perdona la brutale sparizione,
l’assenza non voluta.

***

L’ufficio, le scartoffie
i giorni mi stavano stretti
(mentre altri morivano). Staffetta partigiana
clandestina al tramonto sui monti,
portavo il pane e le armi. E una notte
di calma sospetta, mi hanno presa
al ritorno, arrestata sull’uscio di casa.
Comando a voi tutti prudenza, non vi fidate,
non parlate coi vostri vicini, non date inutili
chiacchiere alle orecchie di giuda.

***

Abbiamo pochi minuti
sarò il primo a passare la porta.
Madre, prega per me se credi
possa fare la fede del bene
al tuo dolore.
Amici, compagni di lotta
venite a prendermi: troverete
il mio corpo dove l’hanno lasciato
– di qua dal ponte, nei pressi
della scuola cantoniera.

***

Conserva fino all’ultimo
respiro dell’anima tua
il ricordo di me, custodisci
questo mio scritto sempre
per non dimenticare. E di portare
fiori alla fossa e di parlarmi, non
dimenticare. Tienimi accanto
come fossi vivo, tienimi sin d’ora
ch’è l’ora del tramonto
e tanto nevica, e batte i denti
l’ultima parola.

Maria Gabriella Canfarelli, Memento. Dalle Lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana. Prefazione di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine 2021

Voi, parole

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Kein Sterbenswort,
ihr Worte!
Neanche una parola,
voi, parole!

Ingeborg Bachmann

 

Voi, parole – 1 

Quante parole nascono per compiacere? Quali?
Emesse, estratte, espulse, perfino, sicuramente non pro-nunciate.
Il discrimine, tuttavia, è quanto mai difficile da percepire. Forse, se fossero isolate, in una sorta di  staccato, il loro discostarsi dall’armonia sarebbe percepibile.
Ma una sintassi d’ordinanza, imbellettata, la mette insieme in una ronde vista e rivista, tranquillizzante e opaca come il correttore per le occhiaie.
Nessun dolore, nessun attrito o, viceversa, la finzione del dolore, la sottolineatura dell’attrito per compiacere.
«L’ascesa a Dio è un’ascesa nel buio e nel silenzio», scriveva Edith Stein. Le vie dell’anelito alla conoscenza perfetta passano per un’estrema densità e un’estrema rarefazione, e il ponte delle parole soffre di questo suo essere tramite. Non è dato conoscere l’origine, e tuttavia come non comprendere chi tras-corre l’esistenza a cozzare contro il muro dei muri, il muro dell’impossibilità a dire l’origine?
Sublime imperfezione, allora, se non nasconde, sotto il belletto dell’istrione, il paesaggio lunare delle parole.

Anna Maria Curci
9 agosto 2021

 

Voi, parole – 2

Limbas

Onzi tandu naro una limba mia
da imbentu in impasto a su passado
da dongu solamente in traduzione.

Ogni tanto uso una lingua mia
la invento impastandola al passato
non la consegno se non in traduzione.

(Antonella Anedda, da Historiae, Einaudi 2018, p. 5)

Tra invenzione e interazione si mettono in moto innumerevoli andirivieni, che impastano, stendono, riformulano idiomi rendendoli repertori complessi, compositi e dinamici.
Se da un lato, dunque, il continuo scorrere e mutare dà luogo a costellazioni e a configurazioni che pulsano, vivono e chiedono di essere esplorate, dall’altro resta una mole, solitamente in ombra, di scarti. Seguendo le considerazioni di Antonella Anedda in Limbas, si tratta di ciò che non viene consegnato «in traduzione«; proseguendo la similitudine con l’universo della traduttologia, il pensiero va immediatamente al residuo traduttivo.
La lingua d’invenzione si nutre della lingua d’interazione del passato, ricchezza non più in uso, ma ripresa per la creazione, un fare che è mettere insieme, rimodellare, anche scoperchiando il profondo. Poi la pasta viene stesa, tagliata in forme riconoscibili, oppure passata in uno strumento che la rende striscia commestibile e ben identificabile: pappardella, tagliatella, tagliolino.
Eppure, quel che resta, quel che è fuori formato mi interessa.

Anna Maria Curci
2 ottobre 2021

 

Voi, parole – 3

Nell’ansia premurosa di smussare, di attenuare, per neutralizzare, con ipocrita intento pacificatore, può capitare a qualcuno di abbinare a un’etichetta un aggettivo verbale, rinforzato a sua volta da un complemento di causa efficiente che si industria a mostrare un volto ecumenico e tranquillizzante: «femminismo addolcito dalle numerose esperienze vissute».
A quale pubblico si rivolge, ansioso di ‘normalizzare’, l’aggettivo «addolcito» affiancato al sostantivo «femminismo»? Perché il «femminismo» ha bisogno di essere addolcito?
Al brodo dell’indistinto, dei parallelismi forzati, si aggiunge a intervalli regolari l’urgenza della rassicurazione circa l’addomesticamento avvenuto. Ancora una volta, viene da chiedere, ricorrendo alle parole di Saint-Exupéry: «Qu’est-ce que signifie “apprivoiser”?» (Che cosa significa “addomesticare”?). Nell’interpretazione diffusa della celeberrima conversazione tra il piccolo principe e la volpe si manifesta il procedimento edulcorante che si appropria di territori e di dimore, di intere regioni del pensiero nella storia, con vorace bonarietà.
Confisca con pacca sulla spalla. Requisizione con cambio di destinazione d’uso.

Anna Maria Curci
19 febbraio 2022

Rolf Bossert, Temporale

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Nel romanzo Herztier (tradotto da Margherita Carbonaro con il titolo Cuoreanimale) Herta Müller, premio Nobel per la Letteratura nel 2009, presenta il personaggio di Georg, uno degli amici dell’io narrante femminile, anche lui appartenente al gruppo degli scrittori rumeni di lingua tedesca, provenienti dalla regione del Banato. Dietro il nome di Georg si celano versi (soprattutto quelli della poesia NeuntöterLanius collurio, ovvero “averla piccola”) e vicende di Rolf Bossert, morto il 17 febbraio 1986 a Francoforte sul Meno, pochi mesi dopo aver ottenuto l’espatrio dalla Romania in Germania. Il corpo steso sul selciato, la finestra aperta. Le circostanze della sua morte non sono state mai chiarite. La poesia Gewitter, “Temporale”, appartiene al gruppo di poesie scritte da Bossert dopo aver fatto richiesta di espatrio, richiesta avanzata nel luglio 1984 e che gli costò una brutale aggressione con frattura della mascella, un interrogatorio della “Securitate”, i servizi segreti agli ordini di Ceauşescu e il divieto di pubblicazione delle sue opere, considerate l’espressione di un “nemico dello Stato”.
Oggi, 17 febbraio 2022, a trentasei anni dalla morte di Rolf Bossert, il mio omaggio alla sua voce e alla sua poesia avviene con questa traduzione inedita di “Gewitter”. (Anna Maria Curci)

 

Temporale

Da lì batte
giù a picco
l’ascia azzurra,
nel timpano
abbaia anche a me
teglia galattica.

Aggrappati, bambino,
alla caramella incollata:
io scrivo io piango
con te. Avanti, lontano.

Rolf Bossert
(traduzione di Anna Maria Curci)

 

Gewitter

Von dort schlägt
steil runter
die blaue Axt,
im Trommelfell
bellt auch mir
galaktisches Backblech.

Klammer dich, Kind,
ans verklebte Bonbon:
Ich schreibe ich weine
mit. Weiter, weit.

Rolf Bossert
(ora in: Rolf Bossert, Ich stehe auf den Treppen des Winds. Gesammelte Gedichte. A cura di Gerhart Csejka, Schöffling & Co. 2006, p. 230 – sezione »Wo sind wir, was wir sind« 1984-1955)