Sandra Luigia Rebecchi, Con mezzi propri

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Sandra Luigia Rebecchi, Con mezzi propri, Nulla Die edizioni 2014

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Mi sono spesso domandata quale relazione intercorra tra l’amore per la lettura e la sua appassionata opera di ‘contagio’ virtuoso da un lato e la vocazione pedagogica dall’altro. Scorgo legami stretti ancorché di non immediata percezione e li riassumo in termini tanto fuori moda da apparire retorici: rispetto per sé e per gli altri, curiosità, desiderio di indagare senza invadere, di accendere la luce dell’esplorazione senza far brillare la miccia dell’esplosione, fosse pure per spianare le differenze.  C’è in entrambi i termini della questione (e nella sostanza ai quali questi termini si riferiscono)  un ottimismo, non velato, sì, eppure accompagnato dalla chiarezza nel discernere all’interno dei dati reali – come li percepiamo, come arrivano a noi – che senz’altro smorza ogni velleità celebrativa.  C’è nell’una e nell’altra molla della ricerca una disponibilità a muoversi, a camminare, a cercare conferme e ad accettare smentite, a considerare punti di vista diversi, a vedere quello che si può cambiare, ad agire di conseguenza. Non si sale su carrozze imbottite e a prova di sobbalzi, insonorizzate e impermeabili alle dissonanze, ma si persegue, talvolta optando necessariamente per più d’una scomodità, l’obiettivo dell’uso di strumenti autonomi. Autonomi sì, ma non autarchici. Per queste affinità e in ragione della complessità dei loro intrecci, delle loro conversazioni, di osmosi e contrappunti, ritengo che Con mezzi propri di Sandra Luigia Rebecchi restituisca con franchezza e partecipazione un esempio vissuto, meditato e qui narrato di dialogo continuo tra amore per la ricerca, in primis attraverso la lettura, e vocazione pedagogica. In apertura, è proprio l’autrice a sottolineare questa prossimità, scegliendo le parole e l’esperienza di Daniel Pennac, autore dallo straordinario talento narrativo, incantevole redattore del decalogo del lettore in Come un romanzo e, per sua esplicita ammissione, studente ‘salvato’ dall’emarginazione proprio in virtù del talento pedagogico di quegli insegnanti che ‘sanno guardare oltre’ catalogazioni semplicistiche ed erronee di apprendenti e apprendimenti. Continua a leggere

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Plinio Perilli, Aedo ammutolito. A Valentino Zeichen

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Valentino Zeichen. Foto di Toccaceli

Valentino Zeichen. Foto di Eric Toccaceli

 

Aedo ammutolito

 

a Valentino Zeichen

come un valoroso guerriero omerico

che ancora e sempre rifulge

 

1 –

 

Aedo ammutolito ma sempre eroico,

giaci qui spogliato di lingua e armatura,

come un valoroso guerriero omerico

che ancora e sempre rifulge: anche

nella cattiva sorte… E resti assiso,

sbalzato in un solerte letto ospedaliero,

monitorato, terapizzato “intensivo”,

come Aiace ferito, Odisseo sfiorato

da un dardo terribile; peggio: Diomede

disarcionato dai suoi stessi cavalli!

 

 

2 –

 

Forse il tuo ictus fu deciso lassù

in alto – ma attenzione, no, non in cielo,

bensì a ridosso del Cielo, forse quasi

in Olimpo, dove gli dèi s’annoiano,

fugano con amori le chiacchiere,

romanzetti e intrighi: amor vincit

omnia… Non sei, non eri Paride, ma

sempre e giustamente premiasti Venere,

non Giunone o Minerva – Venere.

“Talune donne mi scambiano / per

un fuoco di Sant’Elmo, / altre, per uno

di paglia; / certe, per una lampada votiva.”

 

3 –

 

Stupida Sorte. Leso proprio nel linguaggio

in cui eccellevi, meritasti il lauro, trionfi

duraturi e acclarati! Sliricati lirismi! Tutti

poi relegati, tralasciati nel Museo interiore

che ti racconta: fra baci e quadri, cuori

spezzati, bandiere, ludibri e consensi…

Ed ora, al San Camillo, dignitoso ospedale

nazional-popolare, nato dalla retorica

fascista, che lezioni di Storia potrai più

tenere, alludere alle belle infermiere

sempliciotte che già san tutto di questo

strano (per loro), silente e fascinoso poeta

arcinoto, che amici e amici, allarmati,

visitano d’affetto e domande, o rassicurano

con frasi oh molto stupide per la Sua saggezza!

 

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Letture a due voci, 5: Sandra Luigia Rebecchi, E adesso statemi a sentire

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Sandra Luigia Rebecchi, E adesso statemi a sentire (Editore: Nulla Die, 2015, Collana: Lego/Narrativa. Brossura, Pagine 191-Prezzo € 18,00, ISBN 978-88-6)

 

        “Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé come le pagine di un libro imparato a memoria e di cui gli amici possono solo leggere il titolo” (Virginia Woolf)

 

         Questa potrebbe essere la definizione letteraria per descrivere le persone colpite dalla patologia dell’Alzheimer. Questa malattia, più di tante altre, costituisce per la scienza medica ancora un mistero e per i familiari un tabù nonostante si cerchi, da alcuni anni, di focalizzare sempre più l’attenzione e la cura sulla persona piuttosto che sul malato. Ciò che la rende diversa dalle altre patologie è il particolare tipo di rapporto che si crea tra malato e familiari. Tutti i sentimenti sino allora sperimentati vengono accantonati, messi a tacere e paiono poca cosa: è una nuova relazione quella che s’instaura basata soprattutto, paradossalmente, sulla donazione e conoscenza reciproca. Il malato esige (o ha diritto) di sentirsi ancora amato e ancora voluto. È una persona, una vita intera a essere imprigionata in una mente colpita dall’oblio e da un corpo colpito da corti circuiti.

         E la sofferenza (quella propria dei caregivers) diventa un’esperienza in cui il dolore non è più un problema da risolvere o che fa orrore ma un “mistero da vivere e condividere” insieme. È un percorso lungo, difficile che quando non trova completa soluzione nell’approccio medico diventa una sfida per la ragione e per la fede. Bisogna continuare ad amarli con la compassione che nasce dall’amore e non dal nostro timore. E allora, quale strada seguire per star loro vicino? Lasciarsi pervadere dalle emozioni: sperimentarle, provarle, viverle fino in fondo anche se fanno male.

         Raccontare, narrare questa patologia è possibile? È possibile – per chi scrive – raccontare con obiettività, lucidità e tenerezza quella particolare situazione che ha vissuto in prima persona? Ci prova Sandra Luigia Rebecchi nel suo interessante (da più punti di vista) romanzo E adesso statemi a sentire, una storia di fantasia che parte da una situazione autobiografica per approdare, in alcuni punti, alla Narrative Based Medicine.

         La storia di Rina che si racconta in prima persona mentre la sua malattia progredisce inesorabilmente rappresenta la triste realtà della sua patologia ma anche la metafora della nostra malattia: il rapporto ambiguo e, spesso, ambivalente che abbiamo nei confronti della nostra vita, delle nostre scelte, dei nostri ricordi. La scrittura piana e, nello stesso tempo, profonda; l’uso ripetitivo e continuato di domande accompagna il lettore in questo dramma familiare riuscendo (e, forse, questo è il maggior pregio che riconosciamo) a creare un’atmosfera di coinvolgimento e di straniamento. Leggiamo, pensiamo, riflettiamo, ricordiamo, ci commuoviamo e ci allontaniamo perché sappiamo e riusciamo a percepire che, a volte, soltanto il Dolore ci permette di conoscere l’abisso più profondo del nostro essere.

         “Senza di lei e senza la sua malattia, non avrei potuto conoscere alcune realtà, non avrei potuto vivere in profondità alcuni sentimenti” (pag. 190).

(Molto apprezzabile anche la bibliografia di riferimento).

© Brunella Bassetti, Fondazione Paolo Procacci

Il libro E adesso statemi a sentire di Sandra Rebecchi si avventura con coraggio nel terreno misterioso e poco esplorato in letteratura della malattia di Alzheimer. Ma non solo. Io estenderei questa considerazione alla vecchiaia in generale. Altro argomento di cui non sembra politicamente corretto parlare o scrivere, in una società come la nostra in cui bisogna essere giovani, belli e in salute perché solo così si può tenere il ritmo frenetico che domina la vita moderna.

Sandra Rebecchi scopre con il dovuto rispetto il mondo lento degli anziani ed è davvero una novità. Ne mette in risalto la ricchezza interiore, il vissuto pieno di esperienze spesso difficili, di ostacoli da superare, l’umanità, l’abbandono di sovrastrutture ipocrite, la spontaneità.

Il lettore segue pagina dopo pagina l’evolversi della malattia di Rina, amorevolmente accudita dalle figlie, che con paziente dolcezza la stanno a sentire, come recita il titolo dell’opera, e la comprendono. I ruoli si sono invertiti ma il filo del sentimento profondo tra loro non si è spezzato. E di amore nel libro ce n’è tanto. Rina stessa ha amato tanto nella vita e ama ancora. Non riesce più a parlare del bene che prova, ma lo prova. La mente non va più di pari passo con il cuore e si perde a rincorrere episodi di un passato lontano che tornano nitidi. Il fisico sta cedendo ma la stanchezza prevarrà sulla voglia di vivere solo dopo un’ultima definitiva lotta.

La dedizione dei familiari è il mezzo attraverso il quale Rina rimane fino all’ultimo giorno una persona. Articola a stento le parole, non ricorda le cose più semplici, cosa ha fatto, cosa ha mangiato, non riconosce la casa, ma conserva la dignità. Questo è ciò di cui spesso ci si dimentica.

Un anziano, anche se è malato, ha vissuto, porta dentro un bagaglio personale immenso, ha creato, ha dato e resta uno di noi, fa parte della nostra famiglia e ha ancora insegnamenti preziosi per noi, se abbiamo la delicatezza d’animo per coglierli.

Fino al suo ultimo respiro.

Grazie a Sandra Rebecchi per l’implicito delicato monito a non trascurare fino alla fine il tesoro inestimabile rappresentato dai nostri ‘vecchi’.

© Laura Vazzana

Fanny Lewald, da “Italienisches Bilderbuch”

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Fanny Lewald nel 1848

Il 24 marzo 1811, 205 anni fa, nasceva a Königsberg Fanny Lewald  (il padre, David Marcus,  commerciante ebreo, cambiò il cognome di famiglia in Lewald nel 1831). All’epoca dello Junges Deutschland (Giovane Germania), movimento letterario che si sviluppa in particolare tra il 1833 e il 1848, si comincia a scrivere di emancipazione femminile. Fanny Lewald precorre con molti suoi testi il movimento di emancipazione femminile così come lo conosciamo dai primi del Novecento. Scrittrice coraggiosa, sovente definita, con le semplificazioni sbrigative delle etichette, “la George Sand tedesca”, a lei Rita Calabrese, che ha curato l’edizione italiana del suo Italienisches Bilderbuch, Album italiano (La Vita Felice, 2015), ha dedicato un intero capitolo della bella raccolta di saggi Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (Luciana Tufani editrice 2003). Fanny Lewald soggiorna in Italia per tredici mesi, dall’agosto 1845 al settembre 1846. Dal viaggio nasce appunto il libro Italienisches Bilderbuch, pubblicato nel 1847, che continua, rinnovandola profondamente, la tradizione del resoconto di viaggi. Nell’epoca di passaggio dalla Bildungsreise, viaggio di formazione, a ciò che sarebbe divenuto il turismo di massa, Fanny Lewald imprime al suo resoconto del viaggio in Italia un valore di “testimonianza del tempo”. Lo sguardo è attento sui luoghi visitati, sulle persone e le culture ‘altre’ incontrate. Lo spirito di osservazione, finissimo, si affianca così alla manifestazione di una lucida visione del mondo. Questo avviene anche nel breve brano riportato qui di seguito. Tratto da Italienisches Bilderbuch, introduce il resoconto relativo alla “Grotta di Egeria” a Roma. Potete leggerlo qui nella mia traduzione e nell’originale in tedesco. (Anna Maria Curci)

Ai nostri giorni si parla sempre dello sviluppo progressivo dell’idea pura di genere umano e di spirito umanitario, di giusto apprezzamento di ciò che è buono e nobile! Eppure a me sembra che per molti versi non siamo andati particolarmente avanti e che gli antichi nel loro umanesimo pagano fossero spesso molto più miti e molto più giusti di noi. (Fanny Lewald, traduzione di Anna Maria Curci)

Man spricht immer von der fortschreitenden Entwicklung der reinen Idee der Menschheit und Menschlichkeit in unseren Tagen, von gerechter Würdigung des Guten und Edlen! Mich dünkt jedoch, daß wir in vielen Beziehungen nicht sonderlich weitergekommen sind und daß die Alten in ihrem heidnischen Humanismus oft viel milder und viel gerechter waren als wir. (Fanny Lewald, da: Italienisches Bilderbuch)

Nuova Via Crucis in metropolitana, di Paolo Ricciardi. Lettura di Augusto Benemeglio

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Paolo Ricciardi, Nuova Via Crucis in metropolitana

Lettura di Augusto Benemeglio

  1. Emily Dickinson.

È un libretto di 36 pagine, più le 4 di copertina, non di più, note comprese, dove si annidano, come ama dire Fabrizio Centofanti,  sempre delle verità nascoste, o delle vere e proprie perle, come l’«io credo, io spero, io amo» di don Mario Torregrossa, l’omelia sulla Madonna di San Bernardo («seguendo lei non puoi smarrirtiۚ») , o i versi di Emily Dickinson: «Come se il mare separandosi/svelasse un altro mare,/ questo un altro, ed i tre/ solo il presagio fossero/ d’un infinito di mari/ non visitati da riva / – il mare stesso al mare fosse riva – / questo è  l’eternità». A prima vista ti dà l’idea del classico opuscolo “devozionale” che ha preso il posto dei santini di una volta. Lo prendi, lo sfogli, lo leggi, così, un po’ per curiosità, e per passare un po’ di tempo lungo il tragitto, che percorri ogni giorno,  sulla Roma-Lido, una vera e propria Via Crucis. E invece no. Se tu lo leggi sul serio, questo libretto, non trovi magari l’America del Karl Rossman kafkiano, che hanno dirottato (teatralmente) anche su questi itinerari, ma puoi trovare le chiavi per entrare in altri spazi, in altri lidi, in altri cuori, in altri mondi, chissà, magari le “chiavi del tuo paradiso”. Sto parlando della NUOVA VIA CRUCIS IN METROPOLITANA di don Paolo Ricciardi, il parroco di San Carlo da Sezze, fermata Acilia, zona sud di Roma, linea B della metro, che porta al mare, che, mescolato al sole, è forse l’eternità. Lo disse perfino uno come  Rimbaud, quando vide il mare per la prima volta.

  1. Carmelo Bene

Questa Via Crucis Paolo Ricciardi  l’ha dedicata a Papa Francesco, «pellegrino verso le periferie del mondo, nel terzo anniversario della sua elezione», ma anche a tutte le comunità parrocchiali in cui è stato, e – soprattutto –a tutti coloro che viaggiano  sulla linea B. Allora gli ho detto, Don Paolo, andiamoci insieme sulla metro, con un gruppo di ragazzi, e leggiamola questa via Crucis, fermata per fermata, dalla prima stazione (Gesù è condannato a morte, guarda caso proprio al “Colosseo”), fino alla Resurrezione (Stella Polare); sorride , un po’ ironico e un po’ perplesso. Gli dico, a suo tempo l’ha fatto uno come Carmelo Bene, mi risponde, Lo so. Anche quella era una sorta di via Crucis, una processione laica, ma ci si sentiva tutti un po’ cretini noi spettatori. Tutti dietro ad un pifferaio magico, con la voce da. tamburo-flauto , e una fascia sulla fronte, alla McEnroe. Ma noi non recitiamo, dico. Noi leggiamo a voce alta le “tue” stazioni, a partire dal Colosseo: «L’impero di Roma s’intreccia/a quel lembo di terra lontana/in cui visse quel giovane Uomo/ Pilato si trova … a rappresentare il mondo di sempre/ prestato al potere/ e s’incontra con Chi, Onnipotente, scegli di amare/  L’uomo, ogni uomo,   passato, presente, futuro, / condanna il Dio della Vita…alla morte …/ Ma il cuore in rovina si vuole destare/ e ricerca, incosciente,/ una vita che sappia di Eterno».

  1. Dino Campana

Ricordo anch’io, quella volta , i segni del cerone sotto gli occhi bovini  del grande Istrione, e un microfono, con una luce di fosforo addosso. Leggeva i Canti Orfici di Campana, che gli si adattavano benissimo, con la sua visività enfatica, le sue allucinazioni, la fantasia onirica,  che amplifica e trasfigura e, soprattutto, con quella componente fonico-musicale, ossessivamente ripetuta, che si fa voce ingorgo ed eco di flauti. Quei versi erano come il frullare di ali di un uccello tenuto in gabbia per quasi tutta una vita, un uccello incapace di volare…Ora siamo alla Piramide , alla terza stazione, a Gesù che cade per la prima volta. «È un crocevia /di macchine, moto, persone, /povera gente/ di tutte le razze». Forse la parola che ora tu ascolti, al di là delle interferenze, al di là delle distorsioni volute di quella voce eidetica, che assume in sé, oltre ai significati e ai significanti, anche il più vasto repertorio della gestualità,  tu – onestamente – non riesci a capire quasi più niente dei versi o della prosa di Campana, se non un vago suono musicale, un’eco. Quello che ti rimane è un’esitazione tra un suono e un senso.

  1. Nanni Moretti

Siamo alla quarta stazione, alla Garbatella, prediletta da Nanni Moretti, (L’unica cosa  che mi  piace fare è guardare le case e devo dire che il quartiere di Roma che più m’è piaciuto è la Garbatella, perché c’è vita autentica), dove Gesù incontra la Madre. «Mi immagino ancora le mamme/che chiamano i figli dall’alto,/mani dischiuse e finestre, odori di cibo,/ di pane, di pizza, di panni distesi,/ la semplice vita di gente che vuol camminare/ malgrado le prove:/ Atti d’amore minimi o immensi/convivono insieme con atti violenti, /piccoli o infami di vita “malata”/ Garbatella è il nome di ogni paese del mondo. /E in ogni paese del mondo/Gesù incontra sua madre»…. La voce di Carmelo si fa eclisse, s’oscura, poi traccia figure sonore, traiettorie, sponde di biliardo, medium tra il corpo dell’attore e lo sguardo dello spettatore. Il suo teatro accerchia quel punto fosforico che Artaud chiamava la Parola prima delle parole. Ormai nessuno di noi capisce più nulla di ciò che dice l’attore, e ci siamo perfino dimenticati di chi siano i versi che sta recitando. Ma siamo sicuri, poi, che siano versi?

  1. Acilia

Intanto noi andiamo avanti. Siamo a Marconi, dove la Veronica asciuga il Volto di Gesù: «…una donna ./ Emerge , tra tanti, col panno,/ nel gesto d’amore/ d’imprimere un soffio al Signore…//Di togliergli il sangue,/le spine,/ le lacrime, tante, / versate sul viso e sul cuore».  Proseguiamo fino a Tor di Valle, dove Gesù incontra le donne di Gerusalemme.  «La stazione ippica che “ richiama i cavalli, i fantini, /la gente  che ha vinto e perduto le scommesse/ A questo incrocio di corse-rotaia e galoppo – / Gesù va sempre più piano/ Era entrato trionfante,/ma in groppa a un asino lento,/nel segno di un umile regno//…Le donne che sono qui dentro, in questo vagone,/mi sembrano piene di vuoti./Mancanze di tempo, d’amore, di affetti….». Siamo arrivati ad Acilia, undicesima stazione, dove Gesù è Crocifisso: «Acilia, Palocco, Axa, Infernetto/,sono tante realtà diverse ed  uguali,/ cosparse di verde, con strade bucate, vicoli, viali/ realtà popolari e villette con cani guardiani/ E impianti sportivi, industrie, mercati…/Gesù  è crocifisso tra tutto il trambusto/ di questi quartieri svuotati di giorno/ e pieni soltanto di tramonto/ La croce si innalza per dare valore a questo viavai, / dar senso e colore al buio dell’uomo/ e riempirlo di nuovo d’amore».

  1. La parola

Leggere, per Bene,  questo nostalgico dell’impossibile, è un modo per dimenticare, leggere è una forma dell’oblio; in fondo scrivere e leggere sono stretti in un unico gesto di sparizione.È una cosa bella scrivere, diciamo noialtri scriba per vocazione  o dannazione, però sarebbe meraviglioso che ogni tanto qualcuno riuscisse a leggere davvero una nostra pagina , una soltanto di tutte quelle migliaia e migliaia che scrivi, sarebbe bello vedere qualcuno che prende in mano , ad esempio, questo libretto di Paolo Ricciardi  e pronunciasse a voce alta  la parola che coglie a Ostia Antica, dove Gesù muore in croce . Qui s’aggirava Agostino, «vicino a sua madre, discorreva di cose di Dio / E mentre parlava il discorso portava a passare / dai sensi terreni alla gioia dell’Essere stesso, / il Creatore del cielo, del sole, le stelle//…Quello sguardo di madre e di figlio mi tornano ora, / in questo momento in cui guardo la croce/ e lì sotto Maria».  L’istante in cui tu la pronunci la parola diventa viva, ma è come una fiamma che arde, che brucia; non puoi trattenere la pagina in cui è scritta, il foglio rapidamente si dissolve, sparisce, e tu non ricordi  più quello che c’era scritto, quello che tu stesso avevi scritto col tuo sangue. Ma in fondo era solo una vaga traccia sulla sabbia, un’ impressione, un’ombra, una scia di un ricordo, la sensazione  di scrivere  una poesia, o almeno un verso degno di questo nome.

  1. Poesia è rifare il mondo.

Siamo arrivati alla quattordicesima stazione, in cui Gesù è posto nel sepolcro. «Il viaggio, che  è quasi finito, /mi trova ferito da tanto silenzio/ Quante volte ho veduto morire persone,/ richiudere bare, veder lacrimare/ E sapere Gesù nel sepolcro, e così non vederlo, / è il dramma di chi, sconsolato,/ pensa soltanto che tutto è finito». Siamo alla  Stella Polare, alla Resurrezione. «Eccomi, sono arrivato. /Scendo alla “Stella Polare”, /ripieno di volti, di storie, persone/ Ogni giorno la via della Croce/ incrocia la via dolorosa dell’uomo. / E a ognuno vorrei dare coraggio, / infondere forza, / perché non c’è croce/ che non porti alla Vita/ come la foce si apre nel Mare».E ci rimane la sua voce, pacata, umile, modesta, (ringrazio mio fratello, scrittore, che mi ha rivisto e corretto il testo in alcuni punti) , ma non priva di ironia, ricca di sentimento e calore umano («ringrazio chi mi ha insegnato a viaggiare osservando fuori dal finestrino e dentro il cuore degli uomini») , la sua è una voce diversa, un suono che accade, un sussurro che grida e diventa il tutto, il resto è niente. È una scia , un’onda di risacca, un’eco, il mistero delle piccole cose che si fanno poesia, bellezza, rinascita.  «Manda signore ancora profeti,  uomini certi di Dio,  uomini  dal cuore in fiamme / E tu a parlare dai loro roveti sulle macerie delle nostre parole/  A dire ai poveri di sperare ancora / Anche le cose sono parole, scrigni di sillabe divine, dimora dell’essere / E voi, scribi del mistero, poeti di cui un solo verso fessura sull’infinito come il costato aperto di Cristo/ ci ricordate ad ogni istante che / Poesia è rifare il mondo».

Mentre ci accingiamo a scendere dalla metro percepiamo lo sguardo dei passeggeri volto su di noi, e vi scorgiamo qualcosa di  «benevolmente pietoso».

Roma, 17 marzo 2016

© Augusto Benemeglio

Christoph Ransmayr, Il mondo estremo

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Buon compleanno, Christoph Ransmayr, con la riconoscenza di chi ha letto e ritorna spesso sulle pagine del tuo romanzo Die letzte Welt, Il mondo estremo, sui passi di Cotta alla ricerca di Ovidio in esilio a Tomi, “il mondo estremo”, appunto. Buon compleanno e grazie per il tuo repertorio ovidiano, per i personaggi delle Metamorfosi messi a fronte in uno specchio che esalta come sonoro schiaffo somiglianze e differenze tra mondo antico e mondo estremo, l’ultimo mondo ovvero delle novissime atroci cose.  (Anna Maria Curci)

Un uragano, era uno stormo d’uccelli alto nella notte; uno stormo bianco, che si avvicinava frusciante e d’improvviso si abbreviava nella cresta di un’onda immane, ormai a ridosso della nave. Un uragano, erano le grida e i singhiozzi nel buio sottocoperta e l’acre odore del vomito. Era un cane, reso folle dai cavalloni, che dilaniò i tendini di un marinaio. Sopra la ferita si rimarginò la spuma. Un uragano, era il viaggio verso Tomi.
Sebbene anche durante il giorno e in molti punti della nave, sempre più discosti, tentasse di scampare al suo affanno rifugiandosi nello stordimento o almeno in un sogno, sull’Egeo Cotta non riuscì a prendere sonno, e neppure in seguito sul Mar Nero. Ogniqualvolta la spossatezza lo induceva a sperare si calcava la cera nelle orecchie, si avvolgeva una sciarpa di lana azzurra davanti agli occhi, si metteva sdraiato e contava i suoi respiri. Ma la risacca lo sollevava, sollevava la nave, sollevava il mondo intero oltre la schiuma salata della scia, ancora più in alto, teneva per un attimo tutto in equilibrio e faceva poi precipitare il mondo, la nave e quell’uomo sfinito in una valle di flutti, nella veglia e nella paura. Nessuno dormiva. (da: Christoph Ransmayr, Il mondo estremo. Traduzione di Claudio Groff. Nuova edizione riveduta, Feltrinelli 2003, 9)

Ein Orkan, das war ein Vogelschwarm hoch oben in der Nacht; ein weißer Schwarm, der rauschend näher kam und plötzlich nur noch die Krone einer ungeheuren Welle war, die auf das Schiff zusprang. Ein Orkan, das war das Schreien und das Weinen im Dunkel unter Deck und der saure Gestank des Erbrochenen. Das war ein Hund, der in den Sturzseen toll wurde und einem Matrosen die Sehnen zerriß. Über der Wunde schloß sich die Gischt. Ein Orkan, das war die Reise nach Tomi.
Obwohl er auch tagsüber und an so vielen, immer entlegeneren Orten des Schiffes aus seinem Elend in die Bewußtlosigkeit oder wenigstens in einen Traum zu flüchten versuchte, fand Cotta auf dem Ägäischen und dann auch auf dem Schwarzen Meer keinen Schlaf. Wann immer seine Erschöpfung ihn hoffen ließ, drückte er sich Wachs in die Ohren, band sich einen blauen Wollschal vor die Augen, sank zurück und zählte seine Atemzüge. Aber die Dünung hob ihn, hob das Schiff, hob die ganze Welt hoch über den salzigen Schaum der Route hinaus, hielt alles einen Herzschlag lang in der Schwebe und ließ dann die Welt, das Schiff und den Erschöpften wieder zurückfallen in ein Wellental, in die Wachheit und die Angst. Niemand schlief. (Christoph Ransmayr, Die letzte Welt, Fischer 1991, 7-8; la prima edizione, con Gremo Verlagsgesellschaft, è del 1988)

Qui per ascoltare la lettura dell’incipit dell’originale in tedesco

Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé. Lettura di Sandra Luigia Rebecchi

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Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé

La Biblioteca di Repubblica, Roma, 2011

Capita di riprendere in mano uno scritto di Virginia Woolf. Anche se sono passati molti anni dal liceo, siamo consapevoli che allora, da adolescenti, la lettura di Gita al Faro o di La signora Dalloway non è stata scelta spontanea, né attività leggera.

Da adulti si sa già cosa aspettarsi, si è preparati: eppure la lettura di Una stanza tutta per sé sorprende.

La storia delle donne è una storia di lente e faticosissime conquiste, pagate in tutti i modi possibili, è una storia di crescita culturale e sociale e di faticoso raggiungimento di autonomie. Non è una storia finita, peraltro: anche se la strada fatta dalle più attempate di noi è stata lunga, ancora oggi alcuni condizionamenti e preconcetti non sono stati sconfitti e occorre non distrarsi, perché potrebbe persino capitare di andare a ritroso.

Il libro è stato scritto nel 1929 e contiene il materiale per due conferenze che la Woolf aveva tenuto presso l’università di Cambridge. Il tema è rispondere alla domanda classica: perché non esiste uno Shakespeare donna?

La risposta della Woolf è nel titolo del libro: una donna per poter scrivere deve avere soldi e una stanza tutta per sé. La risposta è semplice, ci può sembrare persino ovvia, ma il testo del saggio racconta la rabbia delle molte povertà delle donne all’inizio del ‘900, non solo quella economica: Virginia non può camminare sui prati dell’Università, privilegio dei soli maschi e non può recarsi in biblioteca se non accompagnata da un membro del college. Virginia sa bene che molte donne sono o sono state così occupate a crescere figli, a portare avanti una famiglia, da non poter nemmeno pensare di svolgere una qualsiasi altra attività o carriera.

E perché poi la letteratura maschile è piena di livore nei confronti delle donne?

Le parole di Virginia sono sassi aguzzi:

“… è così importante per un patriarca, il quale deve conquistare, il quale deve governare, la possibilità di sentire che moltissime persone, la metà della razza umana infatti, sono per natura inferiori a lui. Anzi deve essere questa una delle fonti principali del suo potere …. Per secoli le donne sono state gli specchi magici e deliziosi in cui si rifletteva la figura dell’uomo, raddoppiata …. questi specchi sono indispensabili ad ogni azione violenta ed eroica …. se la donna comincia a dire la verità, la figura nello specchio rimpicciolisce: l’uomo diventa meno adatto alla vita.”

Per secoli gli uomini hanno risucchiato alle donne quanto bastava per consolidare la loro sicurezza e la loro fiducia in se stessi, vedendosi nello specchio delle loro donne almeno due volte più grandi di quanto fossero. E quando si è trattato di personaggi di potere le conseguenze sono state dirompenti: basti pensare a Napoleone o a Mussolini.

Di femminilità e di donne scrittrici ci parla poi Virginia, di Mary Shelley, di George Sand, di George Eliot, delle sorelle Brontë e di altre e delle loro lotte, del loro sentirsi impedite nell’essere artiste proprio dal fatto di essere donne, nell’essere comunque condizionate da una società che non le accetta.

Meraviglia la lucidità della Woolf, la pacatezza e la passione con cui esprime le sue idee, l’attualità del tutto, dopo che anni di movimento femminista dovrebbero aver fatto da battistrada. Oggi sappiamo anche che la sua lucidità dolorosa diventerà disperazione suicida e questo ci fa percepire e provare la sua stessa rabbia.

© Sandra Luigia Rebecchi

Davide Cortese, A Pier Paolo Pasolini

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Pier Paolo Pasolini in una foto giovanile, da qui

Pier Paolo Pasolini in una foto giovanile, da qui

 

 

A Pier Paolo Pasolini

 

Nell’iride tua

è un dio ragazzo

che bacia nel buio dei cinema

e ruba ai morti

il fiore per l’amata viva.

Nell’iride tua

freme una notte di borgata

in cui angeli si sporcano

seppellendo un peccato.

Esulta nell’iride tua

una rondine sottratta alla morte.

È salva, ti vola e splende.

 

 

An Pier Paolo Pasolini

 

In deiner Iris

ist ein Knaben-Gott,

der in der Dunkelheit der Kinosäle küsst

und den Toten die Blume

für die lebende Geliebte stiehlt.

In deiner Iris

bebt eine Vorstadtnacht,

in der sich Engel beim Begraben

einer Sünde schmutzig machen.

Es jubelt in deiner Iris

eine dem Tod entrissene Schwalbe.

Sie ist gerettet, fliegt dich und glänzt.

 

Davide Cortese

(traduzione in tedesco di Anna Maria Curci)

 

Franz Marc, a 100 anni dalla morte

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Franz Marc, Cavallo limone e bue di fuoco del principe Jussuf. China, acquerello, inchiostro da stampa. Cartolina a Else Lasker-Schüler del 9 marzo 1913.

100 anni fa, il 4 marzo 1916, moriva a Verdun, sul fronte occidentale, Franz Marc. Voglio ricordarlo con qualche riga tratta dal carteggio con Else Lasker-Schüler. Un libro a me tra i più cari, che possiedo nell’originale in lingua tedesca. La traduzione italiana, del 1991, è attualmente pressoché introvabile.

Negli anni tra il 1912 e il 1914, l’artista Else Lasker-Schüler, poetessa e autrice di originali disegni, e il pittore Franz Marc, tra i fondatori del Blauer Reiter, ebbero una corrispondenza che si caratterizza per il continuo ricorso a due linguaggi diversi: quello verbale e quello figurativo. C’è un gioco di rimandi a personaggi storici, mitologici e biblici nella corrispondenza, cartoline, lettere e biglietti corredati di illustrazioni originali del pittore e della poetessa.  “Jussuf Prinz von Theben”, Jussuf principe di Tebe, si firmava Else Lasker-Schüler nelle lettere e nelle cartoline inviate a Franz Marc (“mein lieber wundervoller blauer Reiter”, “mio caro prodigioso cavaliere azzurro”, lo chiamava) e alla moglie di lui, Maria. Ne L’arte della fuga Angelo Maria Ripellino scrive, a proposito delle cartoline illustrate che Marc invia a Lasker-Schüler: «quadretti con raffigurazioni di animali, resi con pura forma ritmica, compenetrazione di colori e incantata, tenera, poesia.»

Ecco quello che scrivono Franz e Maria Marc il 9 marzo 1913 a Else Lasker-Schüler:

Zitronenpferd und Feuerochse des Prinzen Jussuff [sic!]

M.

[Sindelsdorf, 9. März 1913, Sonntag.]

Lieber guter Prinz, Es war lieb von Dir, unsrer Mutter zu schreiben, sie hat sich sehr gefreut.

In unser Schlafzimmern flimmern so viel Sterne herein, daß wir kein Sternennachtlichtlein anzuzünden brauchen, so sind wir die Glücklicheren! Wir freuen uns auf die Märzbriefe, wir haben sie uns schon bestellt. Einen Kuß von Deinen blauen Kindern.

Aus: Else Lasker-Schüler – Franz Marc, Mein lieber wundervoller blauer Reiter. Privater Briefwechsel, Artemis & Winkler 1998, 56

Cavallo limone e bue di fuoco del principe Jussuff [sic!]

M.

[Sindelsdorf, 9 marzo 1913, domenica.]

Caro buon principe, è stato carino da parte tua scrivere a nostra madre; se ne è rallegrata molto.

Nella nostra camera entrano, pulsando,  così tante stelle, che non abbiamo più bisogno di accendere lumini da notte stella, così siamo noi, se vogliamo metterci a paragone, quelli più felici! Non vediamo l’ora di ricevere le lettere di marzo, ce le siamo già prenotate. Un bacio dai tuoi bambini azzurri.

(traduzione di Anna Maria Curci)

Quando morì Franz Marc, Else Lasker-Schüler scrisse queste parole:

Der blaue Reiter ist gefallen, ein Großbiblischer, an dem der Duft Edens hing. Über die Landschaft warf er einen blauen Schatten. Er war der, welcher die Tiere noch reden hörte; und er verklärte ihre unverstandenen Seelen.
Immer erinnerte mich der blaue Reiter aus dem Kriege daran: es genügt nicht alleine, zu den Menschen gütig zu sein, und was du namentlich an den Pferden, da sie unbeschreiblich auf dem Schlachtfeld leiden müssen, Gutes tust, tust du mir.

Er ist gefallen. Seinen Riesenkörper tragen große Engel zu Gott, der hält seine blaue Seele, eine leuchtende Fahne, in seiner Hand. Ich denke an eine Geschichte im Talmud, die mir ein Priester erzählte: wie Gott mit den Menschen vor dem zerstörten Tempel stand und weinte. Denn wo der blaue Reiter ging, schenkte er Himmel. So viele Vögel fliegen durch die Nacht, sie können noch Wind und Atem spielen, aber wir wissen nichts mehr hier unten davon, wir können uns nur noch zerhacken oder gleichgültig aneinander vorbeigehen.

In dieser Nüchternheit erhebt sich drohend eine unermeßliche Blutmühle, und wir Völker alle werden bald zermahlen sein. Schreiten immerfort über wartende Erde. Der blaue Reiter ist angelangt; er war noch zu jung zu sterben.
Nie sah ich irgendeinen Maler gotternster und sanfter malen wie ihn. »Zitronenochsen« und »Feuerbüffel« nannte er seine Tiere, und auf seiner Schläfe ging ein Stern auf.
Aber auch die Tiere der Wildnis begannen pflanzlich zu werden in seiner tropischen Hand. Tigerinnen verzauberte er zu Anemonen, Leoparden legte er das Geschmeide der Levkoje um; er sprach vom reinen Totschlag, wenn auf seinem Bild sich der Panther die Gazell vom Fels holte.
Er fühlte wie der junge Erzvater in der Bibelzeit, ein herrlicher Jakob er, der Fürst von Kana. Um seine Schultern schlug er wild das Dickicht; sein schönes Angesicht spiegelte er im Quell und sein Wunderherz trug er oftmals in Fell gehüllt, wie ein schlafendes Knäblein heim, über die Wiesen, wenn es müde war.

Das war alles vor dem Krieg.

Il cavaliere azzurro è caduto, una grande figura biblica, sulla quale aleggiava il profumo dell’Eden. Proiettava sul paesaggio un’ombra azzurra.  Era lui ad essere ancora capace di sentir parlare gli animali; ed era lui a trasfigurare le loro anime non comprese.
Il cavaliere azzurro me lo ricordava sempre dal fronte di guerra: non basta essere benevoli solo con le persone; ciò che infatti fai di buono ai cavalli, lo fai a me, ché essi sono costretti a soffrire indicibilmente sul campo di battaglia.

Egli è caduto. Angeli grandi portano il suo corpo gigantesco a Dio, che tiene nella mano la sua anima azzurra, una bandiera luminosa. Penso a una storia che si trova nel Talmud e che mi fu raccontata da un sacerdote: narra di come Dio stesse in piedi, insieme alle persone, dinanzi al tempio distrutto, e piangesse. Là dove si recava il cavaliere azzurro, donava cielo. Così tanti uccelli volano attraverso la notte, sanno ancora giocare a vento e respiro, ma noi quaggiù non ne sappiamo più niente, sappiamo soltanto farci a pezzi l’uno con l’altro oppure passare l’uno accanto all’altro con indifferenza.

In questa sobrietà si erge minacciosa una smisurata macina di sangue, e presto noi popoli saremo triturati. Continuiamo a procedere sulla terra in attesa. Il cavaliere azzurro è arrivato; era troppo giovane per morire.
Non ho mai visto un pittore dipingere in maniera più divinamente seria e mite di lui: «buoi limone» e «bufali di fuoco» chiamava i suoi animali, e sulla sua tempia si accendeva una stella.
Ma anche gli animali dei luoghi selvaggi cominciarono a farsi piante nella sua mano tropicale. Col suo incantesimo le tigri diventavano anemoni, attorno al collo dei leopardi avvolgeva il monile delle violacciocche; parlava di puro colpo mortale, ogni qualvolta sul suo quadro la pantera andava a prendersi la gazzella dalla roccia.
Aveva gli stessi sentimenti del giovane patriarca biblico, lui, un magnifico Giacobbe, il principe di Cana. Si caricava sulle spalle la boscaglia fitta; specchiava nella sorgente il suo bel volto e quando era stanco portava spesso per i prati, avvolto in pelli, il suo cuore prodigioso, così come si porta a casa un fanciullino dormiente.

Tutto questo fu prima della guerra.

Else Lasker-Schüler

(traduzione di Anna Maria Curci)

Letture a due voci, 4: Mauro Valentini, Cianuro a San Lorenzo

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Mauro Valentini, Cianuro a San Lorenzo. La storia di Francesca Moretti, Sovera edizioni, Roma, 2015

Il libro di Mauro Valentini è il resoconto di un fatto di cronaca avvenuto a Roma nel febbraio del 2000. Francesca Moretti, una ragazza marchigiana, sociologa, vive a Roma, nel quartiere di San Lorenzo, con due sue amiche, Mirela e Daniela. Francesca è attiva all’interno dell’Opera Nomadi come operatrice scolastica nei campi Rom. Così ha conosciuto Graziano Halilovic, rom, operatore culturale sposato con figli; Francesca se ne è innamorata e lui sembra ricambiare. Hanno concordato di trasferirsi a Torino in un campo rom per cominciare una nuova vita insieme. La cultura rom consente ad un uomo di sposarsi più volte.

La sera del 22 febbraio del 2000 Francesca si sente male e viene trasportata d’urgenza all’Ospedale S. Giovanni dove muore poche ore dopo. L’autopsia rivela che è stata avvelenata da una dose di cianuro e poiché l’ultima cosa che ha ingerito è stata una minestrina cucinata dalla sua coinquilina Daniela Stuto, la ragazza viene accusata del delitto e trascorreranno due lunghi anni nei quali verrà additata da tutti come la colpevole. Ad aprile del 2002 la ragazza viene assolta per non aver commesso il fatto e verrà assolta in appello nel 2003.

La vita di Daniela Stuto è segnata per sempre dai due anni di indagini, interrogatori ed arresti domiciliari. Il caso è ancora oggi insoluto.

Ecco, pensavo scrivendo questo commento, poche parole e la cronaca è completata. La cronaca, cioè la registrazione dei fatti fatta in modo impersonale e mancante di qualsiasi criterio interpretativo. È questo l’intento di Mauro Valentini nel suo libro? Fare un resoconto dei fatti  particolareggiato, attentamente documentato, ricavato da atti ufficiali ormai pubblici, resoconti di intercettazioni telefoniche, arringhe del PM e dell’avvocato della difesa? La si può definire una cronaca?

Fin dalle prime pagine il lettore diviene partecipe in qualche modo dei fatti e fa la conoscenza dei protagonisti e non è una conoscenza asettica, perché fin dall’inizio si viene proiettati nel mondo delle tre ragazze che condividono appartamento e giovinezza, abitudini ed esperienze. Il fatto che abitino in un quartiere popolare con una storia dolorosa alle spalle, il fatto che l’appartamento sia situato nel quartiere di San Lorenzo è di certo per il lettore romano qualcosa che fa la differenza. È un posto “famigliare”, mentre risulta spontaneo pensare che certi fatti di cronaca nera avvengano sempre “altrove”.

Ma allora quello di Valentini è il racconto di una storia. In effetti il giornalista ricostruisce ordinatamente gli eventi, oggetto di una sua indagine critica che riferisce al lettore collegandoli nel corretto sviluppo temporale. Allora si tratta di una storia? E anche qui la risposta è difficile, perché le pagine di Valentini trascinano come quelle di una storia, anche se fin dall’inizio si è ben consapevoli che finire di leggere il libro non ci porterà a nessuna conclusione, per il semplice fatto che conclusione non c’è stata.

È proprio questa sensazione di essere di fronte ad una realtà, narrata ma non manipolata, descritta ma non giudicata, essenziale senza tralasciare nessun particolare, che rende interessante e coinvolgente la lettura.

Questo tipo di racconto è mille volte lontano da quello urlato, ad effetto, troppo deciso nelle conclusioni, caratteristico della pagina di cronaca di un qualsiasi giornale. E forse è questo che attira il lettore e che gli dà la sensazione di conoscere da vicino i protagonisti dei fatti.

@Sandra L. Rebecchi

Un fatto di cronaca, un rebus, una drammaturgia. La ricostruzione dei fatti intorno alla vicenda che viene ancora oggi ricordata come “il caso della minestrina al cianuro” diventa in Cianuro a San Lorenzo di Mauro Valentini costruzione di un’opera a più voci della quale il cronista-autore mantiene ben saldo il timone. Si badi bene: Mauro Valentini non bara, non falsa le carte, non offre sacrifici sull’altare del facile effetto, eppure riesce a incatenare chi legge alle vicende di Francesca Moretti, la giovane sociologa marchigiana morta a Roma al pronto soccorso dell’ospedale San Giovanni, alle 19, 35 del 22 febbraio 2000, dopo essere stata ricoverata d’urgenza per dolori lancinanti. A pranzo aveva mangiato soltanto una minestra con il formaggino, preparata da una delle ragazze che con lei divideva l’appartamento nel quartiere romano di San Lorenzo. È la minestrina la causa del decesso? E se questa è stata avvelenata, chi ha messo il veleno? E le medicine che Francesca prendeva da giorni per la lombo-sciatalgia? Di tutto questo tiene conto e dà conto Mauro Valentini, distribuendo voci e passi a una costellazione di personaggi di diverse culture e provenienze. Altra non è, questa costellazione, se non quella delle persone che, nella vita di Francesca, dalla nascita agli ultimi giorni, hanno occupato un posto di primaria o di secondaria importanza, ma che un ruolo nelle vicende di Francesca hanno svolto. Provengono da varie parti dell’Italia, questi personaggi, o da altri paesi europei, come Mirela Nistor, romena, una delle due coinquiline di Francesca,  oppure appartengono a culture percepite come molto distanti e viste con diffidenza, come Graziano Halilovic, rom, sposato, padre di cinque figli,  che  con Francesca ha una storia d’amore. Sono donne e uomini in carne e ossa, non solo personaggi, ovviamente, e ci vengono incontro, attraverso le pagine di Cianuro a San Lorenzo, con le loro deposizioni, le confidenze, i gesti riferiti, con i loro tic, le loro manie, le reticenze su alcuni aspetti e, d’altro canto,  la sovrabbondanza – quasi un fiume, se si pensa, ad esempio, alla deposizione di Antonella, amica di Francesca, al processo – di dettagli su altri aspetti. Uno dei meriti di Mauro Valentini va individuato senz’altro nella capacità di dare alle vicende narrate e alle persone coinvolte sia la veridicità della cronaca sia l’animazione drammaturgica.

Anche i luoghi, gli interni come gli esterni, assumono in Cianuro a San Lorenzo il ruolo di indicatori del contesto in cui si svolgono i fatti e, allo stesso tempo, di veri e propri personaggi. Il quartiere di San Lorenzo è, ovviamente, in primo piano, con i suoi locali, le botteghe, lo scalo ferroviario e i piloni della Tangenziale, con la sua storia ricca di eventi e l’impatto sull’immaginario collettivo, ma pagine significative vengono dedicate anche alla città natale di Francesca Moretti, Pesaro, così come a quella di Daniela Stuto, Lentini. Daniela Stuto è l’altra coinquilina di Francesca in quel tragico febbraio 2000; Daniela è la giovane donna accusata dell’omicidio di Francesca. Come e perché si sia arrivati a quell’accusa, con quali sentenze si siano conclusi i processi lo apprenderemo nel corso della lettura.

Lo studio preparatorio, le indagini sulle indagini che hanno preceduto e accompagnato la stesura di questo libro, tuttavia, permettono a chi legge di apprendere molto di più delle semplici risultanze dei due gradi di giudizio. Chi legge entra nel vivo del dibattito processuale, impara a conoscere dinamiche relazionali e caratteristiche dei singoli individui che formano la costellazione qui presentata attraverso documenti e testimonianze. Si fa strada e prende corpo, così, un’ipotesi di soluzione del caso che smentisce le vie finora prevalentemente seguite.

Una nota a parte deve essere dedicata agli approfondimenti che arricchiscono Cianuro a San Lorenzo e che offrono scorci di varia natura, dalla panoramica sull’avvelenamento al cianuro nel cinema e nella letteratura, alle indagini compiute dallo stesso Mauro Valentini tra gli artigiani del popolare quartiere romano sulla possibilità di accedere al veleno mortale, ai veri e propri ‘studi di caso’ compiuti su misteri e delitti che presentano analogie con la storia di Francesca Moretti.

© Anna Maria Curci

La nota di Anna Maria Curci è apparsa precedentemente su “Poetarum Silva”, qui