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Fernando Della Posta, Gli aloni del vapore d’inverno, Edizioni Divinafollia 2015

Nota di lettura di Anna Maria Curci
 

Conosco da alcuni anni la scrittura in versi di Fernando Della Posta, che mi è capitato sovente di seguire nel suo formarsi e nel suo costante dialogare con i luoghi, con le cose e con coloro che condividono la sorte dell’esistenza terrena: gli umani,  estranei o affini, bizzarri nelle loro fugaci apparizioni o rievocati con affetto. Per questo motivo la sua raccolta più recente, Gli aloni del vapore d’inverno, ha suscitato in me che ne leggevo e rileggevo i testi due sentimenti solo apparentemente opposti, in realtà complementari, almeno se si pensa all’ampiezza del percorso in fieri di un poeta, al cammino intrapreso dalla persona che vive e riflette, che unisce e affianca vita e riflessione: il piacere della consuetudine con una scrittura che si riconosce come familiare e la gioia della scoperta di una varietà, non dispersiva, ma dominata, di accenti, timbri, immagini, connubi.
Ci troviamo dinanzi a una voce, che immaginiamo accompagnata da un’ideale chitarra, che sa comporre e intonare ballata e blues, a un tratto rapido e sicuro che coglie il particolare nel disegno, alla composizione più complessa che nasce da una visione sofferta, esperta e paziente, al dosaggio dei volumi nel soliloquio, nel brusio animato della sagra di paese, nell’orchestrazione dei rumori metropolitani,  nel colloquio con la persona cara nel ricordo, nella sosta e nella sospensione dell’ultimo avamposto del “deserto dei Tartari”.
Qui la luce – la giusta illuminazione sta a cuore a Fernando Della Posta, che anche come poeta continua a coltivare in maniera convincente la passione per la fotografia – si intesse dei colori più diversi di giorni e stagioni e tempi e li restituisce, fedele e sovversiva al tempo stesso. Anche il passaggio dal colore al bianco e nero o al seppia non nasconde la consapevolezza di perdite e tradimenti, nel suo tradurre trasporre e trasportare i segni.
Così con le parole: Fernando Dalla Posta assume la responsabilità di ogni cambio di significato, ogni singolo ricorso alla polisemia, ogni deragliamento; il suo mondo nuovo è fatto di sapienza dell’antico, ma, si badi bene, di un mondo antico che è rimasto ignoto ai più, per loro pigrizia e per l’insopprimibile tentazione del superficiale.
Il cammino prosegue: l’affermazione è valida per l’esistenza, è valida per la ricerca poetica di Fernando Della Posta. A me resta il convincimento che Gli aloni del vapore d’inverno costituiscano una tappa altamente significativa di questo cammino.

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Anime barocche

L’anello di nubi e di foschia
che incornicia le pendici
delle montagne e i colli
e l’anello di neve
che si dispone a macchia sulle cime
– corona e velo da sposa
che tante donne non vedono
se non sul loro capo e delle figlie,
in questa terra –
celano un microcosmo
che vive a modo proprio
il migrare dei coralli in acqua
sotto poca luce benedetta
sotto pochi raggi che filtrano
la fitta maglia della spuma,
la fitta maglia delle nuvole.

L’edera che veste i pioppi
e i rami sono braccia
da spaventapasseri
in quest’inverno
ch’è l’anima barocca della morte
– fuori, negli spazi immensi –
ch’è l’anima barocca della vita
– nelle cucine e nei salotti nelle stalle
e nei viali sempre troppo corti,
sian di paese o di città.

23/01/2011

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La chitarra

Vi racconto di quel berbero e suo figlio,
che costruì tra i primi una chitarra.
Comprò il legno adatto il palissandro, da non so
quale carovana.
Conservò il vello della pecora più anziana
e il crine del cavallo a cui voleva bene.
Il primo servì a levigare e carezzare il legno
fino a renderlo armonico e sottile.
Il crine, intrecciato e saldato elastico, lo stirò
fino alle manopole, sulla sommità del manico.
Il figlio, grande appena per la meraviglia,
l’osservava lavorare, e osservava come
le maniere di suo padre, dure e forti ben dosate
gli si riflettevano sul viso impassibile ed intento
senza smorfie e alcuno sforzo, né felicità.
E l’artigiano, a tempo perso dopo il tè,
levigava e levigava, intrecciava e accordava,
pizzicava, bussava sul legno e sulla cassa,
come il padre bacia, accosta l’orecchio e ascolta,
e con tutti gli altri sensi la pancia, gonfia
di sua moglie e aspetta.
La sera del debutto a cena, con gli ospiti
davanti alle vivande, dopo il canto degli adulti
e dopo il tè, il bimbo pizzicò a caso fino a tardi,
si addormentò sulla chitarra.
Il suo respiro ritmico e flessuoso, il suo battito
fermo piano e regolare, del sonno dolce e tipico
della sua età, dal torace bruno glabro ossuto,
colorandosi di note nuove, si propagò
per dune e oasi, fino a vallate sconosciute.
Scandì quella notte fredda e quelle successive
del deserto, di un tempo e di rintocchi
mai uditi prima.

21/05/2011

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City frame Blues

La città che sgombra, s’ingombra s’inonda.
Mi chiedo le persone sul far della sera
che cosa si dicano in strada
tra il sole che canta l’abisso
e la luna che risponde a dispetto.
Un’ala di fuoco s’andrà celando nel vespro
come un cataclisma nascosto;
avrà pochi cantori invece del sonno
cui rinnovare ogni sera il suo pianto:
pazzi innamorati e bimbi di passo,
da sprazzi di cielo e finestre di specchio,
che s’aprono di smania tra bave di vento
dall’urlo dell’ultimo isolato violento.

Vorrei, sotto i portici inanellati di gelo
dal mio bicchiere di bourbon al banco del mondo
disegnarti gli sguardi a calmare la sera
come il baco nel bozzolo a filare la seta.

11/03/2014

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