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Kein Sterbenswort,
ihr Worte!
Neanche una parola,
voi, parole!

Ingeborg Bachmann

 

Voi, parole – 1 

Quante parole nascono per compiacere? Quali?
Emesse, estratte, espulse, perfino, sicuramente non pro-nunciate.
Il discrimine, tuttavia, è quanto mai difficile da percepire. Forse, se fossero isolate, in una sorta di  staccato, il loro discostarsi dall’armonia sarebbe percepibile.
Ma una sintassi d’ordinanza, imbellettata, la mette insieme in una ronde vista e rivista, tranquillizzante e opaca come il correttore per le occhiaie.
Nessun dolore, nessun attrito o, viceversa, la finzione del dolore, la sottolineatura dell’attrito per compiacere.
«L’ascesa a Dio è un’ascesa nel buio e nel silenzio», scriveva Edith Stein. Le vie dell’anelito alla conoscenza perfetta passano per un’estrema densità e un’estrema rarefazione, e il ponte delle parole soffre di questo suo essere tramite. Non è dato conoscere l’origine, e tuttavia come non comprendere chi tras-corre l’esistenza a cozzare contro il muro dei muri, il muro dell’impossibilità a dire l’origine?
Sublime imperfezione, allora, se non nasconde, sotto il belletto dell’istrione, il paesaggio lunare delle parole.

Anna Maria Curci
9 agosto 2021

 

Voi, parole – 2

Limbas

Onzi tandu naro una limba mia
da imbentu in impasto a su passado
da dongu solamente in traduzione.

Ogni tanto uso una lingua mia
la invento impastandola al passato
non la consegno se non in traduzione.

(Antonella Anedda, da Historiae, Einaudi 2018, p. 5)

Tra invenzione e interazione si mettono in moto innumerevoli andirivieni, che impastano, stendono, riformulano idiomi rendendoli repertori complessi, compositi e dinamici.
Se da un lato, dunque, il continuo scorrere e mutare dà luogo a costellazioni e a configurazioni che pulsano, vivono e chiedono di essere esplorate, dall’altro resta una mole, solitamente in ombra, di scarti. Seguendo le considerazioni di Antonella Anedda in Limbas, si tratta di ciò che non viene consegnato «in traduzione«; proseguendo la similitudine con l’universo della traduttologia, il pensiero va immediatamente al residuo traduttivo.
La lingua d’invenzione si nutre della lingua d’interazione del passato, ricchezza non più in uso, ma ripresa per la creazione, un fare che è mettere insieme, rimodellare, anche scoperchiando il profondo. Poi la pasta viene stesa, tagliata in forme riconoscibili, oppure passata in uno strumento che la rende striscia commestibile e ben identificabile: pappardella, tagliatella, tagliolino.
Eppure, quel che resta, quel che è fuori formato mi interessa.

Anna Maria Curci
2 ottobre 2021

 

Voi, parole – 3

Nell’ansia premurosa di smussare, di attenuare, per neutralizzare, con ipocrita intento pacificatore, può capitare a qualcuno di abbinare a un’etichetta un aggettivo verbale, rinforzato a sua volta da un complemento di causa efficiente che si industria a mostrare un volto ecumenico e tranquillizzante: «femminismo addolcito dalle numerose esperienze vissute».
A quale pubblico si rivolge, ansioso di ‘normalizzare’, l’aggettivo «addolcito» affiancato al sostantivo «femminismo»? Perché il «femminismo» ha bisogno di essere addolcito?
Al brodo dell’indistinto, dei parallelismi forzati, si aggiunge a intervalli regolari l’urgenza della rassicurazione circa l’addomesticamento avvenuto. Ancora una volta, viene da chiedere, ricorrendo alle parole di Saint-Exupéry: «Qu’est-ce que signifie “apprivoiser”?» (Che cosa significa “addomesticare”?). Nell’interpretazione diffusa della celeberrima conversazione tra il piccolo principe e la volpe si manifesta il procedimento edulcorante che si appropria di territori e di dimore, di intere regioni del pensiero nella storia, con vorace bonarietà.
Confisca con pacca sulla spalla. Requisizione con cambio di destinazione d’uso.

Anna Maria Curci
19 febbraio 2022