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Martina Cecilia Salza, Verde muschio
Latitudini 22, Davide Ghaleb Editore, Vetralla 2017, pp. 248

Verde muschio non è un romanzo biografico o autobiografico nel senso classico che la critica attribuisce a tale termine. È un romanzo, una storia – direi più storie – che s’intrecciano e si dipanano attraverso il racconto e i “sogni” di una delle due protagoniste – Matilde – per approdare ad “altro”. L’idea di fondo prende sviluppo da vicende e avvenimenti familiari della scrittrice, che s’innestano e si fondono simbioticamente con la storia locale del territorio e la storia universale, in generale.
Volendo semplificare, ma soltanto per illustrare meglio ciò che questo romanzo è realmente, si potrebbe affermare che grazie alla sua struttura narrativa, al modo come la vicenda si sviluppa, può senz’altro essere definito un romanzo di “iniziazione” e/o “psicologico”. Per altri versi, invece, rispetta le regole classiche del romanzo “storico” e del romanzo “giallo”. Potrebbe essere considerato, anche, un romanzo “doppio” (una macrostoria nella microstoria e viceversa): nel senso che le due vicende, quella di Matilde e quella di Angela (ecco l’altra protagonista) potrebbero leggersi l’una indipendentemente dall’altra. Ma, sicuramente, è anche altro.
L’intera vicenda si svolge, prevalentemente, tra Parigi e l’Antichissima Città di Sutri (che, peraltro, insieme al suo aggettivo relativo, viene citata pochissime volte nelle quasi 250 pagine del testo), per “ritrovare” e dare un senso alle proprie radici. La potremmo definire anche una “letteratura migrante”, un ritorno – forzato e inconscio – nel ventre caldo e fecondo del proprio paese natio e dei suoi misteri.
In alcune guide turistiche, ormai datate (primi anni ’50), di Sutri troviamo scritto: “Quello che oggi resta della grande Città non è che la Cittadella ossia la fortezza. I cinque borghi che la componevano, spazzati via dal tempo ineffabile si sono persi ormai fra i canneti delle vallate” e “Poche rovine, disperse dovunque nel vasto territorio, testimoniano ancora l’antica grandezza che il muschio e l’edera nasconde e custodisce tra il verde”. Uno dei tanti meriti che riconosciamo alla scrittura evocativa di Martina Salza è senz’altro quello di averci riportato e fatto conoscere parte di “questi borghi” in un particolare momento storico – il Medioevo – che ancora tanto ha da insegnarci. La descrizione minuziosa e dettagliata della vita quotidiana, la caratterizzazione dei vari personaggi, la verosimiglianza (frutto di una ricerca storiografica durata vari anni) delle situazioni ci accompagnano verso la conoscenza ma anche verso la risoluzione del “mistero”.
Altra particolarità è la tecnica usata nello scrivere dell’immedesimazione e dell’estraneazione. Non è facile descriversi “turista straniera in terre patrie” (cfr. pag. 59). Descrivere, raccontare, narrare ciò che è familiare e che “viviamo” ogni giorno corre il rischio di diventare banale e superficiale. Invece, nelle pagine descrittive della “civitas”, dei “borghi” antichi ma anche nei monumenti che ancora oggi possiamo ammirare – la “piazza” o il “rintocco delle campane” – percepiamo l’innamoramento continuo di chi “è come se guardasse per la prima volta” i vicoli, le chiese e trasfigurasse la realtà attraverso i “ricordi” di odori, suoni, profumi. Peraltro, i luoghi da cui siamo lontani ci appaiono sempre splendenti di “nostalgia” (Proust docet). Ecco, rendere queste emozioni, queste sensazioni sicuramente non deve essere stato facile. E, nello stesso tempo, immedesimarsi in sentimenti di dolore e in situazioni non vissute – come la perdita di un fratello o di un padre – che non appartengono alla vita biografica dell’Autrice.
Fatte queste premesse, allora, cosa rappresenta il “verde muschio” del titolo? Sappiamo che Matilde si trova a Parigi, nella primavera del 2013, lasciandosi trascinare stancamente dal male di vivere con l’unica certezza che è rappresentata dal suo lavoro come guida turistica. Solo la malattia della madre la riporterà nell’amato-odiato paese posto sulla “Grande Strada”. Qui riuscirà a riannodare il suo cordone ombelicale. Non senza difficoltà sarà in grado di dare un nome, un volto, una storia alla donna (Angela, ndr) “dagli occhi verde muschio” che – nei sogni – la guida verso la “conoscenza”. La stessa conoscenza che, secoli prima, alcune donne di Sutri possedevano “… proprio come Elena. Come viene descritta dalle donne che si incontrano segretamente la notte prima di essere uccise tutte. Elena fu sicuramente una sua seguace perché il movimento si diffuse in tutta Europa, anche in Italia, specie nell’Italia centrale, in luoghi come questi, dove vi era una forte carica spirituale. Elena, la mia antenata, la madre di Angela e Cecilia e, dopo di lei Elena, la mia bisnonna” (cfr. pag. 231).
Per concludere, direi che è un “romanzo al femminile” dove le donne (non solo quelle descritte nel romanzo) ma tutte le generazioni di donne (passate, presenti e future) serbano in sé e hanno “in potenza” la capacità di “dare vita a …”. Capacità che si può esprimere in qualsiasi campo della vita sociale, umana, spirituale. Una storia che dà e regala speranza all’universo femminile perché, come scrive l’Autrice, “di quel passato ne ho preso i fuochi, non le ceneri”.
Infine, ma non ultima per importanza, l’eccellente edizione – per i tipi tipografici e per l’impaginazione, nonché per la scelta editoriale – curata dalla casa editrice Davide Ghaleb.

©Brunella Bassetti

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