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Libreria a Lisbona. Foto di Sandra L. Rebecchi

               I libri mi parlano?

Sono una lettrice compulsiva. Da sempre. Lo so. A casa mi aspetta una intera libreria stracolma di libri da leggere assolutamente, per i quali ancora non ho trovato il tempo (o il momento giusto?). E solo occasionalmente leggo e-book, eppure l’ingombro sarebbe minore.
Spesso mi prendo in giro da sola. I libri costano e se entro in una libreria non riesco ad uscirne senza acquistarne almeno uno:  prima o poi, al momento di pagare, il POS mi straccerà il cartoncino del Bancomat …
Scherzo, ma poi mica tanto. E non è solo un fatto economico. Entrare e uscire dai mondi di cui parlano i libri che leggo non mi farà male prima o poi? Le mie entrate e uscite sono frequenti: a volte dopo tre giorni di immersione in un thriller, inizio a leggere una saga, oppure un saggio di psicologia.
Perché sono anche una lettrice onnivora, non mi tiro indietro davanti a niente.
Però non può essere solo mia la responsabilità … Non sarà un po’ anche colpa dei libri?
Beh, in un giorno del luglio scorso, ne ho avuto la riprova: non sono io quella esagerata, sono i libri che mi parlano, che mi chiedono di leggerli.
Ora ve lo racconto se promettete di non prendermi per matta.
In luglio, appunto, entro in una libreria sconosciuta, abbastanza grande, di quelle con le scaffalature alle pareti, ma anche gli espositori staccati dal muro stracolmi delle ultime novità. Comincio a camminare in mezzo ai libri e dopo poco trovo quello per il quale sono entrata: un romanzo di Murakami. Accanto ci sono ovviamente altri autori e, senza pensare, prendo dallo scaffale altri volumi e ormai le mie mani sono colme. Mi siedo su una pedana di legno che sporge da sotto uno scaffale. Dopo averli poggiati accanto a me, comincio a guardare meglio i libri. Leggo le notizie sugli autori e la quarta di copertina. Poi inizio a sfogliarli: sì, il carattere, i capitoli (in genere mi piacciono quelli divisi in capitoli;  i discorsi senza soluzione di continuità mi turbano), il numero di pagine. Poi inizio a leggere qualche riga di ognuno, passando compulsivamente dall’uno all’altro.
Mi si avvicina la commessa. Gentile e sorridente, mi saluta. Ha altri libri in mano e me li porge:  «Signora, sono usciti da poco, forse possono interessarle!»  Ringrazio e lei mi porge altri quattro volumi. Li ammucchio con delicatezza accanto a me e comincio ad esaminarli. Allo stesso modo in cui lo fanno tutti. La stranezza forse è che sono completamente dimentica di essere seduta quasi a terra e di sfogliare, alternandoli, volumi su volumi.
Quanto tempo sono rimasta lì? Non lo so. So che stavo bene contornata da migliaia di pagine stampate e comunque ero completamente assorta.
Quando mi sono riavuta avevo scelto; sono andata in cassa col romanzo per il quale ero entrata più altri quattro. Come al solito.
Ma come ho scelto quei quattro? Arrivata a casa ci ho riflettuto un po’, perché quei quattro libri mi avevano detto qualcosa … Alcuni erano quelli “consigliati” dalla commessa. E come faceva lei a sapere quali mi potevano interessare? Perché mi ha mostrato quelli giusti! E cosa mi hanno detto quei libri? Cosa sono i libri per me?
Cosa diceva Sartre? Sì, lui una risposta se l’era data: I libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità.
Per Sartre quindi il libro è un oggetto totalizzante e poliedrico, portatore di una realtà che è pronto a schiudere davanti agli occhi del lettore. Una visione troppo “romantica”?
Un libro intanto è un oggetto commerciale, le quarte di copertina non sono scritte a caso. Un grafico si è occupato di disegnarla quella copertina e di colorarla nel modo che riteneva più accattivante. Il commento del quotidiano riportato sull’aletta è un invito all’acquisto. La sinossi sull’altra aletta è stata stesa con accuratezza, proprio per invitare il consumatore.
Ma non può essere solo questo: i segnali di questo genere li conosco, ci sono abituata. Cosa altro ho cercato? Cosa mi ha attirata veramente? Cosa chiedo, cosa chiediamo tutti  ad un libro?
Beh, di isolarci dalla realtà, quando è troppo difficile da sostenere, oppure semplicemente quando è troppo noiosa, quando ci sta “stretta”, o quando per capirla abbiamo bisogno di aiuto, di informazione e allora qualcuno ha di certo scritto qualcosa che ci può interessare. Basta cercarla.
A volte il libro racconta la storia di un uomo o di una donna che ci somiglia molto. Stiamo cercando l’identificazione? Forse non consapevolmente, ma ci rende felici riconoscerci, ri-conoscersi, proprio per questo si dice così. Concita De Gregorio l’ha spiegato durante la presentazione di alcuni filmati-interviste pubblicati anche su facebook.
Un protagonista simile a noi, che ha dentro qualcosa di noi, ci permette di osservarci dal di fuori, da una diversa angolazione, di utilizzare un nuovo punto di osservazione, forse di essere più oggettivi. Se a qualcuno, sia pure un personaggio inventato, un uomo o una donna “di carta”, capitano le stesse cose che capitano a noi, vuol dire che non siamo tanto strani, significa che quello che ci succede non è poi così anomalo o poco probabile; forse è meno grave di quello che ci sembrava solo poche pagine prima; forse lo è di più, ma il confrontarlo con altri fatti, estranei per così dire, ci permette di assegnargli le giuste dimensioni.
A volte un libro sostiene una tesi, dà per buone determinate asserzioni. Beh, con tutta la calma necessaria, rilassati su un divano o stesi sul letto alla sera, possiamo rifletterci su. Le condividiamo? Per intero o in parte? Se potessimo rispondere all’autore, averlo a tu per tu per un periodo ragionevole di tempo, cosa vorremmo dirgli? Oppure capita di non aver mai sentito esporre simili tesi, sono idee nuove di zecca, almeno per noi e quel  libro ci sorprende, o forse apre la mente a prospettive che non abbiamo mai preso in considerazione. Cercheremo allora di leggere altri libri sullo stesso argomento per formarci una opinione personale. Alla fine saremo cresciuti e di certo più informati.
E le emozioni? Quante, diverse, più o meno intense davanti a pagine di autori dissimili e pubblicate da case editrici variegate. Spesso l’emozione ci prende di sorpresa: non credevamo che due lacrime vere potessero scorrere dai nostri occhi, in piena libertà, mentre siamo soli e nessuno ci può vedere: non si tratta di emozioni indotte da quelle di altri, come succede a volte al cinema; si tratta di emozioni private, da privato a privato direi, e, proprio per questo, liberate, sfrenate, assolte.
Tutti abbiamo paura di rimanere soli, la possiamo chiamare come vogliamo questa paura, ma è lei, senza alcun dubbio. E, alla cassa della libreria, con i volumi ancora da pagare, sappiamo che i libri non ci permetteranno di sentire la solitudine. La busta che contiene libri non ha lo stesso peso di quella che contiene qualche acquisto di diverso genere: non ci si può fermare all’acquisto, infatti, si è fatto solo un primo passo.
Può anche essere che ci venga voglia di commentare quanto letto con qualcuno e, se proprio non abbiamo altro a disposizione, un blog letterario o un sito di recensioni ci permetterà di scambiare idee in tempo reale con altri interlocutori: anche la tecnologia risulterà meno fredda. Un bel libro, un libro che ci ha colpito, stimola la condivisione.
E i gruppi di lettura nascono anche per questo. L’interesse comune è il libro, ma c’è di più: parlando di libri ci si racconta, ci si svela, si cementano amicizie e conoscenze, ci si scambiano consigli, opinioni, si apre una finestra su un mondo, o meglio su molti mondi, visto che ognuno di noi è un pianeta totalmente diverso da tutti gli altri.
Insomma, la pulsione a leggere è una dipendenza? Somiglia all’assuefazione ad una droga?
Beh, quando parto per un viaggio e per puro caso dimentico a casa il libro che stavo leggendo, non mi sento affatto bene. Ci soffro e scarico sul telefonino, stavolta in fretta, un altro libro: non posso stare senza. Una volta tornata a casa, mi rimetterò in comunicazione con il libro che ho lasciato … sospeso.
Certo l’assuefazione c’è, la dipendenza pure. Però una cosa è certa: non è necessario, anzi, risulta pericoloso disintossicarsi.

PS: Scusate se riapro un discorso già concluso, ma, mentre rileggo, trovo su facebook  un post di Patrizia Rinaldi, scrittrice: «Poi dice che i libri belli non ti chiamano e che non sanno tutti i fatti tuoi.»

© Sandra Luigia Rebecchi

 

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