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Antonio Spagnuolo, Non ritorni. Prefazione di Plinio Perilli, Robin Edizioni 2016 

Vado seguendo i segni di ciò che ebbi a definire su Poetarum Silva “il lungo addio” di Antonio Spagnuolo all’amata moglie morta e mi rendo conto che sono visioni quelle che mi vengono incontro e che si appellano alla facoltà – mescolanza di capacità, predisposizione e accoglienza – di ricomporle in un disegno più ampio, che c’è, eccome, ma chiede accesso alla “mente che ama”, per dirla con le parole di Alessandro Bertirotti. Visioni, sì, ancor più che impressioni, perché, come a pellegrino, smarrito e senza fiato per quel rincorrere, inseguire (verbi che trionfano nelle poesie qui raccolte), che si ferma, con lo sguardo intento, pulsante, ancora speranzoso, sui costoloni di una volta, ecco che la luce di un raggio al crepuscolo invia bagliori e disegna cenni d’intesa a chi attende, a chi cerca avidamente. Si accendono allora visioni. Metterle insieme è compito del poeta viandante e musico, ostinato, a dispetto dell’ora che gli ha strappato le corde, nel ricostruire la melodia. Quel piede, sottile e mobile, della donna amata e perduta, diventa il piede di una metrica dolente (si cammina su ferite aperte) e composita. Versi lunghi e tumultuosi si alternano a brevi constatazioni lapidarie, quando la risposta al quesito e alla ricerca è l’impenetrabile silenzio («e il fantasma taceva»). Più di una volta, tuttavia, quel disegno misterioso, che la luce calante o l’insinuarsi dell’alba imprime come rapidissimo bagliore sulla volta, si distende, «fra i trucioli raccolti e la violenza», come endecasillabo portatore di una nuova melodia, nella perenne contesa tra il tendere e il disperare:
«e attendono oscillando le stagioni»
«Ho rubato l’abbaglio di una danza»
«l’ingenuo sopracciglio del tuo sguardo»
«Beffarda e dolorosa l’ossessione»
«Ho atteso il tuo profilo tra le pieghe».
Solo rincorrere, solo inseguire, allora, con il rischio costante del “precipitare”? Solo angoscia e pulsare all’impazzata? C’è tutto questo, ma c’è anche, tra quelle visioni catturate sulla volta e nell’imprimersi del terreno aguzzo e doloroso sulle piante dei piedi, la tregua di un sorriso e la promessa, rinnovata solennemente con l’anafora:
«rimane il tuo profumo tra le carte nascoste,/ rimane il rifugio del gioco tra i confini del cervello.»

© Anna Maria Curci

***

Pupille

Strappo con le mie dita ogni visione
per il grido che soffoca il colore
delle vertigini, nella mia preghiera,
ma il terrore ha distrutto la parola.
Nessuno più ascolta, le mie pupille accendono
un vortice sospetto, senza tempo né memorie,
disgregate fra le pieghe della psiche.
Tagliando a fette anche l’orizzonte
ha riflessi di sangue,
esasperato per la fuga del labbro,
così muto e serrato, alle incisioni dello specchio.
Il mio sospiro ha incertezze,
nel vuoto senso della mia notte
intessuta all’effimero, anche se il polso
non trema per l’incastro delle perle.
Ecco ancora il terrore ha il fondo del mio sguardo
affogando il disegno del crepuscolo
e allenta le minacce dell’eterno.

*

Pioggia

Sei tu che rincorri le piogge di autunno
per recitare bugie, a me che sono incerto
e non parlo più dei giorni incandescenti.
Metto a nudo il grigio del cielo per bruciare
tra i rami spogli, lettera dopo lettera,
sillaba dopo sillaba, balbettando a ritroso,
l’ingenuo sopracciglio del tuo sguardo .
Ancora fulgida, tra cristalli d’argento,
cerchi di moltiplicare le mie attese,
quasi sciocco invasato  incredulo della tua dipartita.

*

Riscatto

Ho atteso il tuo profilo tra le pieghe
nel taglio di speranze, confuso tra la folla,
fragile per quell’ultimo sorriso che lasciasti
guardandomi impaurita.
Ormai non conto più le notti
non aspetto le ore
perché manca il segreto che ci unisce,
il dono del riscatto e del racconto,
e custodisco le pagine tra le soglie di pietra.

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