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acquarotta

Talvolta

Talvolta dorme pure il poeta
Il vecchio guastatore delle feste
Fino all’ultimo scudo ha pagato se stesso
Sprofondato nell’erba della pioggia di stelle
Sogno che cresce rapido gli avvolge come tela di ragno
Gli occhi che scrutano
Sulla sua mano che scrive
Si accoppiano farfalle
I suoi volatili da assalto blaterano come passeri
Il leggiadro Sempre-già-qui.

Marie Luise Kaschnitz
(traduzione di Anna Maria Curci)

Ci sono libri che sanno attendere il momento in cui saranno raccolti, accolti, accarezzati. Restano quieti e pur sempre vigili con il loro carico di domande, carico vissuto e sofferto, alieno dall’indaffarata distrazione quotidiana e grondante familiarità. Sanno che quella familiarità, miele nero e amaro del rimorso, farebbe comodo scansarla per volgersi all’immediato sfavillante. Sono certi, tuttavia, che il pensiero tornerà a loro, sorelle e fratelli non meno prossimi per il fatto di non essere consanguinei. Uno di questi libri è Acqua rotta. Il colore del vuoto di Augusto Benemeglio, edizioni «Anxa» 2015, che si è scelto l’alba insonne di questo 22 agosto 2016, giorno del compleanno del suo autore, per essere percorso e per dispiegare la sua polifonica prossimità. Scaturisce dal dolore di un duplice lutto, dalla perdita, nel giro di pochi mesi, del nipote Alessandro e del padre di lui, Alberto, fratello di Augusto. Prosa e versi si danno il cambio in un canto (composto da 67 parti, come precisa Maurizio Nocera nella bella prefazione, 67 come gli anni vissuti dal fratello Alberto) che nasce dal rimpianto e sparge amore, inciampa su radici, scivola tra i tumuli della necropoli di Cerveteri, si china su un letto d’ospedale, sorregge il corpo fraterno fatalmente fiaccato e anela risa perdute tra vigne e porti, tra Genazzano e Gallipoli, naviga – e ha il coraggio di farlo – su rotte antiche, additando, talvolta inaspettatamente, nuove confluenze. Così, tra la Puglia e il Lazio del nostro comune passato, tra i contadini e i venditori ambulanti, non trionfanti ma operosi antenati che condividiamo, eccola emergere quella solida, durevole confluenza, situata nella campagna di Genazzano: la nonna materna Luigia Maria Pia, detta Elisa, e la poetessa tedesca Marie Luise Kaschnitz. Si sono incontrate le due donne, si sono conosciute? Serbo questa domanda come una delle più preziose del carico di Acqua rotta e proseguo la navigazione, con una saldezza nuova che la lunga conversazione con il nostromo mi infonde.

©Anna Maria Curci
22 agosto 2016

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Genazzano

Genazzano nella sera invernale
Nello zoccolo vitreo degli asini
Sull’erta della città rupestre
Come la cantò Marie Luise Kaschnitz
La poetessa tedesca che forse conobbe
Mia nonna, la giovane Elisa
Che andava alla fontana.

«Qui lavai la mia camicia di sposa
Qui lavai la mia camicia di morta».
Povera nonna con la faccia bianca
E la lunga treccia di capelli nerissimi
Distesa nell’acqua fredda della sera
Che torna nel vento di foglie dei platani
E le mani come due blocchi di ghiaccio.

Che sventura innamorarsi di un Augusto
sognatore e scioperato guardacaccia,
Proprio nel giorno della risurrezione.
Mia nonna giovinetta bella coi capelli corvini
Con la pelle chiara che respirava la rugiada
Con la mano stesa al frutto del melograno
Con lo splendore di uno sguardo che accendeva
Tutti i fanali di una cupa Genazzano…

E fu quello stesso spirito d’amore che ci salvò
Perché quando ami davvero non è più tua la vita
È un quadro pieno di lacrime tagli squarci ferite
cocci, ciottoli, frantumi, è questa la poesia vera,
Da povero Cristo che sta sempre lì appeso al palo
Infame della tortura, e non ci sarà mai nessuno
che salirà fino a te, per dirti semplicemente “grazie”.

Augusto Benemeglio
da Acqua rotta. Il colore del vuoto, p. 48

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