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Manzo_Rizomi

Maurizio Manzo, Rizomi e altre gramigne. Prefazione di Pasquale Vitagliano,  Editrice ZONA 2016

Da qualche tempo coltivo con Maurizio Manzo un dialogo a distanza su forme e contenuti della poesia. C’è chi brandisce lo sperimentalismo come arma, c’è chi invece, come Maurizio Manzo,  alla ricerca sulla metrica unisce un’attenta percezione dei tempi, insieme a una incessante, amorevole e non per questo priva di acume critico, lettura dei testi della ‘tradizione’, non solo in lingua italiana. Per tradizione intendo qui semplicemente ciò che ci è stato tramandato o, più precisamente, affidato alla cura di chi legge ed esplora i testi di coloro che hanno camminato prima di noi, come di coloro che camminano assieme a noi. Nella tradizione è compresa la metafora del rizoma, riportata in epigrafe, da Mille piani di Gilles Deleuze e Felix Guattari, a indicare una precisa linea di ricerca. Qui, come ben scrive Pasquale Vitagliano nella prefazione: «l’uso dell’endecasillabo doppio fornisce la struttura di quadri o inquadrature liriche».  Così è capitato che, dinanzi all’affermazione di Maurizio Manzo nel nostro carteggio, relativa al “vincere facile” con l’endecasillabo, replicassi, dopo aver letto in anteprima le poesie raccolte in Rizomi e altre gramigne, che vincere con l’endecasillabo non è certo scontato, anzi. In questa raccolta emergono con chiarezza senso e forma del rizoma, anche quando l’endecasillabo si incaglia, si intoppa. Sceglie di farlo, probabilmente, e allora ci si domanda se sia la realtà, come soffocante foresta di Rosaspina, a minacciare di strangolare, senz’altro a far inciampare il canto. Ci sono, d’altronde,  endecasillabi di una purezza commovente, e allora lì, puro e intangibile, oppure tenace e resistente, si libera il canto o meglio il controcanto al tempo, il riflettore sul tempo.  (Anna Maria Curci)

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Cerchi

È sparito il tuo mondo dissociato, qualcuno te lo mostra rattrappito
dentro una palla di vetro innevata, c’è anche la tua cattedrale e la piazza
spiazzata quella sofferenza inflitta, tutto ruota intorno a sé un cerchio lento
che non si chiude resta aperto spento, le cose che non andavano fatte
hanno inciso cicatrici gemelle, e non basta scuotere le spalle il capo.

 

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Chincaglieria

Ci sono ore sempre le stesse rase, dove un passo si dirige da solo
come le cose che segnano il viso, chincaglierie dell’anima disperse
invece alcuni restano sospesi, ma prima o poi pure il vuoto si sfonda
è il rumore rapido di un risucchio, quando hai individuato quel dolore
che distendi da parete a parete, dove fare l’equilibrista a notte.

 

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Altitudine

L’altitudine ti prende per mano, resetta l’ equilibrio di continuo
eppure non muovo un passo uno spasmo, scaldo il lato separato dal mare
ascolto bisbigli e scanso birilli, inettitudine è squilibrio maggiore
e pesante indispone le figure, prima del momento non ci si pensa
ma le stanze diventano infinite, e poi perdersi è come essere scartato.

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