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Montieri_cop_Avremo_Cura

I

Leggere “Avremo cura” nel sole d’ottobre,

senza lenti sul 3,

è viaggio atteso, è vita,

dietro e davanti i vetri, vera.

II

Quell’altro Sud che resiste
che sorride e non muore
da Meursault che non piange
e da se stesso impara.

Se privato è il dolore,
di che cosa è privato?
Manca, giù al nord,
lo sguardo del tressette.

Anna Maria Curci

 

 

Gianni Montieri, Avremo cura, ZONA Contemporanea 2014 (in uscita il 10 ottobre)

Nota di lettura di Anna Maria Curci

 

Un incontro annunciato, un impegno dichiarato, con il testo Abitudini, nella precedente raccolta Futuro semplice e mantenuto, fin dal titolo, Avremo cura, in questo nuovo volume di poesie di Gianni Montieri. È un incontro, innanzitutto, nel segno di un tempo verbale che nella lingua italiana abbraccia e garantisce più di un significato: programma, previsione, slancio ottativo, raccomandazione, calda o imperiosa fino a diventare prescrizione, presa, appunto, di impegno.

Viaggia lo sguardo di Gianni Montieri, incontra luoghi e persone, familiari e sconosciute, consuetudini e fonti di stupore, illumina ed è illuminato, sceglie prospettive diverse per guardare in faccia, in piena luce, o per cogliere dettagli da un angolo ignoto ai più. A piedi, mentre cammina, o seduto, vigile e assorto,  in uno scompartimento ferroviario, quello sguardo detta e ricerca parole. Avremo cura è un impegno assunto e mantenuto con le parole, un atto d’amore verso lo strumento di espressione scelto: la lingua, lessico e sintassi, sistema e creazione.

L’atto d’amore si manifesta e si rinnova in entrambe le sezioni che compongono la raccolta, Avremo cura e (sud) in caso di morte. Prende le mosse dalla passione, coltivata nel tempo, nel dar nome alle cose, si estende ai «baci lunghi in bianco e nero», dalla fermata della 92 tra Gioia e via Tonale di una Milano antica e sempre viva, pur nella «nebbia per il resto», viaggia da Venezia di acqua alta e vaporetti, di partenze e ritorni, a Parigi, a Berlino, alla «notte appesa ai grattacieli» di San Paolo del Brasile, alla sospensione e all’orrore delle autobombe a Damasco e dei massacri in Libia, per approdare al capolavoro di amorevole ironia, al ‘contrasto’ in versione contemporanea tra due gettoni telefonici di “Volevo scrivere una poesia innovativa”.

A dare il tono ai testi dell’intera raccolta  Avremo cura e, in particolare, della sezione (sud) in caso di morte (tre testi di questa sezione sono stati pubblicati originariamente su VIXI, il diciassettesimo numero della rivista “Argo” nel quaderno monografico apparso nel novembre 2011 e dedicato alla morte) non è il lamento da manuale, non sono urla o strepiti: il dolore privato – nella doppia accezione del termine – è ricordo, non edulcorato né rimpianto, ma senz’altro neanche rinnegato, è prospettiva aperta su una cultura ‘altra’, è testimonianza civile,  (di chi non sta alla finestra, di chi non blatera da un qualsiasi ‘social’), è quieto e caparbio eroismo quotidiano. Alla luce di tale sguardo quieto e caparbio, di questo impegno alla veglia e alla cura, leggo – e apprezzo – la doppia dedica del libro, che Gianni Montieri indirizza «a Luigi, che capiva » e ai genitori: «Questo libro è per mia madre e mio padre». Amicizia – Luigi è Luigi Bernardi – e amore filiale. Avremo cura, sì.

©Anna Maria Curci

Dalla sezione Avremo cura

 

E mi piacciono le parole
con le parole do i nomi alle cose
allora dopo le so le cose
imparo dove metterle
dove sta la bottiglia e dove
l’attaccapanni. Amo Guadalquivir
nome proprio di fiume
suona liquido, d’acqua
più di tutte mi piace
la parola ghiaccio, secca la gola

 

(p. 9)

 

 

Questo fiume grigio scuro, i ponti
la S-Bahn che corre in alto,
gli orologi sospesi, le vecchie fabbriche
appena sopra il letto, il muro
dietro disegnano murales colorati
simboli, colombe bianche in volo

qui dove scattiamo foto, beviamo birra chiara
talvolta confondendo l’Est con l’altra parte
qualcuno provava a saltare, qualcuno arrivava di là.

 

(p. 14)

 

Volevo scrivere una poesia innovativa
che fosse poco comprensibile, strana
per dire pioggia avrei messo un ratto
in un tubo e il tubo in un territorio
alieno, o in una marmitta sfondata
di uno sfasciacarrozze camorrista
e abusivo di Melito. Sulla pioggia
avrei detto nulla in venti versi
asincronici, asimmetrici, asintomatici
per dire anima di un amico malato
non avrei menzionato ospedale
ma fabbriche abbandonate e nomi
come Gallarate, o automi d’acciao
fusi nell’inceneritore di Figino.

Per chiusa una cabina telefonica
Sip, due gettoni uno che chiama
chissà dove e uno che non risponde.

 

(p. 33)

 

Dalla sezione (sud) in caso di morte

 

III

 

Ai funerali di mio nonno non ho pianto
e tutti a chiedersi: ma come lui non soffre?
Domanda lecita, pare fossi il nipote preferito
da noi se non piangi, non urli, non ostenti
vuol dire che non t’importa

ora vivo al nord, il dolore qui è privato
la sua mancanza che non racconto
che non dichiaro.

 

(p. 39)

 

XI

O tutte le volte che hanno ammazzato
(chi sorridendo,  chi tradendo) mio padre
non capivano un mondo che veniva giù
sabbia sotto l’onda
smettevano di parlare per rispetto:
paura che una parola detta male
ferisse chi moriva. Rinunciavamo.

(p. 47)

 

XVIII

 

Se posso telefonare a mia madre,
a mio padre, e chiedere da routine
come state? Che fate? Credimi
è per culo, se mia sorella sta bene
se riesce a uscire e a entrare da casa,
prendere suo figlio a scuola, convinciti,
è per culo. La terra dove lo tengono
il culo, quello vero, non è terra
è modificata da altro materiale,
scarto territoriale altrui, dal saldo
positivo su conti correnti sconosciuti.
Se passa l’autobus in orario, segnatelo,
è per culo, se la vicina quarantenne
muore troppo presto è chimica.
Arrivare in tempo al lavoro o non morire
hanno lo stesso numero di probabilità.
Restare vivi è culo, è matematica.

 

(p. 64)

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