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Augusto Benemeglio, La barba d’oro di Godot (Edizioni Divinafollia 2014)

Quando penso ad Augusto Benemeglio la prima associazione che mi viene alla mente è una scena dal teatro nel film Chiedimi se sono felice. I tre amici Aldo, Giovanni e Giacomo, tra battute, disavventure, comici malintesi e ‘trentini’ notturni a basket, tentano di allestire una versione propria, senz’altro originalissima, di Cyrano de Bergerac. Ecco, la scena del saluto iniziale tra Cristiano e Cyrano nella messinscena ben rende l’atmosfera – talvolta guascona, sempre piena di vita e attenta al dettaglio che ad altri sfugge – di serissimo gioco del teatro, ché dietro l’apparente caos, l’allegra o torva confusione, c’è un pensiero che tende al sistema e che è nutrito e reso consistente e durevole da passione e ricerca.  Qui al Villaggio Cultura–Pentatonic abbiamo avuto modo di conoscere Augusto Benemeglio come autore di originali – che lui ama chiamare “recital” – ricostruzioni delle vicende artistiche e biografiche di Federico Fellini,  Rocco Scotellaro,  Fabrizio De Andrè, come animatore dell’incontro sul brigantaggio nel Meridione; alcuni di noi hanno avuto modo di assistere, o perfino di partecipare, alle rappresentazioni del gruppo da lui creato presso il Teatro “Don Mario Torregrossa”. La passione che Augusto profonde in tutto quello che fa e organizza è grande e contagiosa.

Ora, in questo volume che presentiamo oggi, La  barba d’oro di Godot sono raccolti alcuni esempi della sua attività instancabile di lettore e di affabulatore. È giusto dunque, innanzitutto, introdurre alcuni dati della sua biografia, come ce li riporta Abele Longo nella sua prefazione a La barba d’oro di Godot.

«Conosciuto anche con il nome d’arte di Augusto Buono Libero, Augusto Benemeglio nasce a San Buono (Chieti) il 22 agosto 1943. Presto orfano di madre, vivrà a Roma con la nonna paterna mentre il padre, e a cui dedicherà il poemetto Ultimo tramonto in Sudafrica (2008), si trasferisce in Sudafrica. Si arruola in Marina e nel 1977 sbarca in quella che sarà la sua terra elettiva, il Salento, a Gallipoli, città di molti dei suoi libri, come il romanzo L’isola e il leone (1984) e la favola L’isola della luce (1992) [in realtà la prima stesura è del 1982, come ha precisato l’autore, a.m.c.], oltre che di lavori teatrali come La Santina di Gallipoli (1994).
Lavora come giornalista, per diverse riviste e per una televisione locale, e mette su una compagnia teatrale di attori non professionisti con la quale girerà in lungo e in largo la penisola salentina. Una volta in pensione, ritrova le sue origini romane trasferendosi ad Acilia, dove continua la sua fervida attività di scrittore e riprende la passione per il teatro, fondando il Gruppo Recital 2010. Un gruppo, come dice Augusto, nato dalla “fusione casuale e arbitraria di spregiatori della quiete, del fratello fuoco e della sorella televisione,” di gente assolutamente fuori “dalla mischia degli intellettuali”. Un gruppo che rispecchia lo spirito del suo fondatore, fuori dagli schemi, allergico alle correnti e alle etichette, profondo conoscitore delle debolezze umane e del ruolo consolatorio, e perciò prezioso, dell’arte.»

Il tratto, inconfondibile e anticonformista, che accompagna tutte le manifestazioni pubbliche e, per noi che proviamo riconoscenza per la sua amicizia, private di Augusto Benemeglio, si ritrova negli scritti raccolti qui. Mi piace metterne in evidenza tre aspetti: lo sguardo del lettore e affabulatore, che naviga con provata esperienza nelle acque comuni e altrui, si immerge, affonda le mani in materie affini e oscure; l’attenzione ai luoghi; il collegamento, agile e argomentato, alle grandi voci della letteratura in particolare e dell’arte in generale.

Augusto Benemeglio sa volgere uno sguardo attento ed esperto, si è detto, all’altro e all’altrui materia dei sogni. Non è uno sguardo distaccato, non disdegna l’empatia, ma è pur sempre lucido e sa rendere con enunciati chiari e significativi la sostanza di quei sogni,  le caratteristiche di ogni scrittura presa in esame. Scrive, ad esempio, di Narda Fattori:  «si dimostra una che non cerca consolazione e lacrime dalla poesia, ma piuttosto il destino della verità, per quanto dura e spietata possa essere. È un tipo che vuole andare avanti, approfondire, bruciarsi in questo gioco che diventa vita. Predilige tutto ciò che si fende, si spezza, che è rigido, duro, “virile”, pur nella sua stupenda femminilità»; e, ancora, di Pasquale Vitagliano, in un passaggio che ben mostra il talento di Augusto nell’evidenziare gli ‘universali’ della poesia: «E tuttavia rimane il mito che alla fine ci salva. È il mito della scrittura, l’utopia. Un sentiero difficile e doloroso da percorrere, ma che Pasquale ha voluto intraprendere con una certa determinazione. È un requiem senza tenebre, dove il cuore si fa cenere»; della poesia di Lorenzo Poggi afferma: «Una poesia che sembra presa dal Qoelet, il libro della Bibbia più enigmatico (e pericoloso) che ci sia. Mi ricorda l’ultima voce di un uomo che con la sua tristezza insanguinò il vento. E allora tutti gli angeli persero la vita. Fuorché uno, ferito, con le ali mozze. E quell’angelo divenne il poeta. Anche Lorenzo Poggi è un poeta dei nostri tempi, che vive il presente perpetuo nelle sue ossa e nell’anima, in mare aperto».

Degli autori presi in esame viene sempre sottolineato il legame con i luoghi d’origine e di adozione. Nel caso di Annamaria Ferramosca, ad esempio, è la capitale, terra d’adozione a rivestire un ruolo di primo piano: «Ma Annamaria è cittadina del mondo, soprattutto cittadina dell’Urbe: “è in Roma babelica/ che vivo immersa nella calca” e viaggia spesso in Metropolitana, che ricorda un po’ la Circolare rossa cardarelliana degli anni Quaranta. Anche lei guarda visi di uomini e donne, “Tra foglie e nuvole, a tratti / Eur, Magliana, San Paolo, mi dileguate /  quest’aria nera di gallerie romane, / siete ridenti, oggi, in abiti e parole…”».

Con Ivano Mugnaini, invece, è la nativa Viareggio a far sentire la propria voce: «Mugnaini è uno di Viareggio, che conosce bene l’arte delle maschere e delle sfilate dei carri carnascialeschi sul lungomare, il galoppo dell’onda sulla battigia invernale, coi suoi ossi di seppia, le statue scolpite dal vento e la danza del mare; uno che è “ancora” toscano e conosce l’arte della Lingua Italiana e della Parola, che è “l’unico strumento che media mondo e sentimento e, allora deve essere perfetta”. Se saliamo un poco più su, siamo già in altre terre, in culture diverse, di frontiera».

Infine gli accostamenti ai grandi della letteratura e dell’arte, in una visione d’insieme, dal respiro ampio e dalla vista acuta, dalla conoscenza profonda e dall’udito sensibile a rime, ritmi e timbri, dall’eloquio privo di falsi timori e, anche in questo, controcorrente. Non manca, in queste associazioni, il gesto teatrale. Eppure esso è sempre funzionale all’argomentazione, non è mai istrionica boutade, mai fine a se stesso.

Augusto Benemeglio legge insieme Doris Emilia Bragagnini ed Emily Dickinson: «Doris non cerca di abbellire se stessa, né adornare la propria spiritualità, si descrive com’è, come farebbe una Emily Dickinson dei nostri tempi […], e che tuttavia, pur rimanendo tappata nella sua stanza, senza voler incontrare nessuno, farebbe uso anche lei del computer, e magari si farebbe un blog tutto suo, come Doris, e cercherebbe dei contatti con altre persone sensibili, con i frequentatori di quel nulla infinito e misterioso che è la poesia».

Per Dominique Villa, che accosta a Mallarmé e a Lautréamont, Augusto Benemeglio scrive: A Dominique non avevo detto nulla di un vago accostamento con Novalis (il poeta è un puro acciaio duro come la selce), il poeta che flirta costantemente con la morte […] Questo precipitare mi rimanda a tanti poeti […]. Da Hölderlin, vagabondo per le strade del mondo, o chiuso come un pazzo […] nella torre sul fiume, a Baudelaire paralizzato, cieco da un occhio, che articola a fatica le labbra per dire con un filo di voce: “Bonjour Monsieur”; da Verlaine, tra i rifiuti di Parigi, che contende cicche ai barboni, alla Cvetaeva, coi capelli incollati dal sudore e dal fango, morta di fatica e di disperazione, che sale su una seggiola, getta una corda sopra una trave e s’impicca… a Esenin, che va a morire, senza più identità, né contadino, né borghese, in un bagno pubblico di Mosca, a Pavese, con il suo vizio assurdo[…]. E la poetessa sembra che sia lì, presente e lo descriva chirurgicamente prima del gesto ferale».

Anna Maria Curci

Villaggio Cultura – Pentatonic, 1° giugno 2014

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