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Mariastella Eisenberg, Madri vestite di sole (interlinea, 2013)

Nota di lettura di Anna Maria Curci

La cognizione del dolore scritta, incisa, scandita brano per brano, ricostruita brandello per brandello, estratta con la determinazione di chi ha subito il colpo più temuto, strappata al silenzio e portata alla luce: questa è l’essenza di Madri vestite di sole di Mariastella Eisenberg. Laddove attorno a noi ci si affanna a negare il dolore, a ignorare il lutto, a soffocare il grido con la vacuità, la poesia, ben consapevole di non essere salvifica, ma responsabile, non narcotica esaltazione, ma espressione, che si fa corale, di ciò che si vuole soppresso, represso, innaturalmente compresso, «restituisce al mondo il dolore, sperando che altri ci aiutino a sopportarlo, anche senza saperlo, solo leggendo quelle parole che ritorneranno in qualche modo a chi le ha scritte.» (p. 159).
Della fatica, quasi insopportabile, dell’estrazione della parola dall’oblio si fa testimone il verso di Mariastella Eisenberg, brevissimo, composto spesso da una sola parola.
Dello strazio della perdita, la più insopportabile per una madre, la perdita della propria creatura, si fa carico la lingua, che taglia e ricompone, seziona e forma parole nuove a dire l’indicibile, a narrare di madri «sfigliate», «alluttate», di creature «dissemblate», di cuore «impietrato», di universo «sfacelato», di «malvolere» e «abbrividarsi». No, non c’è alcun compiacimento in questo dolore, vivo, nel confronto pieno di tensione con la morte, «donnaccia» di porto, «clandestina», «passeggera senza biglietto» (e davvero viene da pensare all’espressione tedesca per «clandestino»: “blinder Passagier”, “passeggero cieco”) sulla nave traballante dell’esistenza, laddove è esaurita la speranza che mortale possa farsi timoniere a mortale. Dal mito classico (Niobe e, sempre, tra le righe, Demetra), dall’epica antica, dalla tradizione biblica e dalla “madre delle madri”, Maria, Miriam di Nazareth, si leva la voce delle Madri vestite di sole nelle sezioni che compongono la raccolta tra il Prologo e l’EpilogoAndromaca, non piangere piùMito. Cronaca. StoriaAle. La bellezza dell’oltre;L’indicibile; Noi.
Sì, si va oltre il dolore privato, dal quale pure prende le mosse la poesia tutta, tutta la poesia. Viene da chiedersi, leggendo, ad esempio, la seconda sezione: e se la storia e la cronaca, la storia della guerra di Troia, della primavera di Praga, della dittatura sanguinaria in Argentina e di Plaza de Mayo, di Tienanmen, dell’11 settembre, la cronaca dei delitti di mafia, della camorra a Casal di Principe delle catastrofi naturali annunciate – il terremoto a L’Aquila, l’alluvione a Messina – la scrivessero, un giorno, le madri? Come la metteremmo, allora, con la duplice manovra consueta, martellante controcanto alle esistenze degli umani «presuntuosi bipedi», di manipolazione e oblio? Ma la bellezza dell’oltre, l’anelito di chi crede, che cosa diventa nella madre «rimasta/dalla parte sbagliata», mentre la «baraonda/giovane« è stata «spazzata/via»? Il dialogo continua, tra la madre e la sua creatura – «Noi/ parliamo in silenzio, madre e figlia … senza disturbare / il mondo» – perennemente sulla soglia. Non si annacqua, né si nega il dolore, ma, «come Sherazade», si narra «per allontanare la morte», in tenace confronto con la «padrona di / tutto».


Testi

È salita
la Morte
sulla nave:
passeggera non gradita,
per di più
senza biglietto.
Scende
vecchia baldracca ubriacona
ad ogni porto.
Ha bisogno
ogni volta
di merce
da svendere
per pagarsi da bere con i marinai
in attesa d’imbarco.
Meglio
i giovani
che
le vecchie madri
rugose
e
macilente.
Valgono meno.

(p. 14)

Clandestina
della vita
è
la Morte
noi pensiamo
stupidi umani
presuntuosi bipedi.
Signora e padrona di
tutto
illude
semi germoglianti
in ventri rigonfi
di madri orgogliose
alluttate
senza più sale negli occhi.
È
la vita
la vera clandestina
del mondo.
Ella pensa.

(p. 17)
Jan Palach

S’è bruciato
su fornello
da nessuno spento
cibo
buono
di madre premurosa.
Studente modello
questo figlio
– correva il 1969 –
laddove
carri armati
schiacciavano
speranze.
S’è bruciato
su una piazza
piazza San Venceslao
mentre
una madre
aspettava
preparando
cibo
buono.
Quando
seppe
tacque
per sempre

cucinò
mai più.
Kladiva
ebbe parole per te
parole della storia
dell’Università
per uno studente bravo.
Tua madre
no
toccare parole per te
le fu impossibile.

(pp. 78-79)

Astianatte

Andromaca
Astianatte
pianse
non
lo stupro
del vincitore
le rincrebbe
non
l’onta
della schiavitù
l’avvilì:
impietrato
divenne
il cuore
per
le piccole ossa
calcinate
al sole
per
gli occhi
cibo
dei rapaci
per
il piccolo sesso
sconciato
dai rovi.
Silente
urlo
lacerava
le viscere
prive
del frutto
d’Ettore
Andromaca
varcava
ogni giorno
il confine.
Tra la notte
e
la luce
moriva
perle piccole mani
all’aria
artigliate.

(pp. 88-89)

La bellezza dell’oltre
cancellata
dalla cattura
che la terra ha fatto di te
continuamente
affiora
sei
soltanto
passata dall’altra parte
dall’altra parte della terra
tu
pensierosa e solare
colmi
il petto e gli occhi
di erbe e fiori
ora
sudario di terra.
Si è capovolto
il mondo,
tutto qui
e
sono rimasta
dalla parte sbagliata.

(p. 107)

Tu
pensi
avrà paura
Tu
dici
non ti preoccupare
Lei
dice
ho paura
Lei
pensa
non guarirò
mai
Tu
racconti
storie
– come Sherazade –
per allontanare la morte.

(p. 148)

 

Mariastella Eisenberg, napoletana, ha dedicato un tempo della sua vita alla scuola come docente e dirigente. Da sempre coltivava la passione per la scrittura, cui sta dedicando questo tempo della sua esistenza. Ha pubblicato due romanzi: un primo, Sara (Guida, Napoli 2005), e un secondo – dalla struttura un po’ anomala – dal titolo Chiedi alle mani (Sovera, Roma 2009). Ha pubblicato inoltre le sillogi poetiche Alfabetando (L’Aperia, Caserta 2010) e Cantico nella parola svelata (La Compagnia dei Trovatori, Napoli 2013). Numerosi racconti e testi poetici sono usciti su riviste e in antologie; collabora saltuariamente con testate giornalistiche. Si occupa nel sociale di volontariato da anni: è membro del Direttivo dell’Associazione Spazio Donna contro la violenza e il femminicidio, del Direttivo del Clabarc (Comitato abbattimento barriere architettoniche), dell’Anf (Ass. Neurofibromatosi) per la ricerca sulle malattie genetiche rare; è stata, inoltre, componente per un triennio della Commissione Pari Opportunità della Provincia di Caserta e collabora con le Piazze del Sapere della città di Caserta.

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Nel corso del pomeriggio dedicato a Madri vestite di sole, il 30 marzo 2014 al Villaggio Cultura – Pentatonic (Incontro con Mariastella Eisenberg, introduzione di Plinio Perilli e Anna Maria Curci), Lorenzo Poggi ha scritto e letto questa nota che volentieri riporto qui:

Non sempre è la morte che ci viene a rapire. Spesso è chi muore che ne sfonda la porta arrabbiato. E chi resta? La richiude la porta o la lascia socchiusa per scrutare nello spiraglio, per vedere se l’ombra amata lascia orme seguibili o almeno per salutarla tutte le sere. Lasciare aperta la porta della casa della morte per farci passare le parole, per continuare la vita.

Lorenzo Poggi

Sarà pubblicata a breve una nota di Maria Serena Peterlin sul libro e sulla sua presentazione a Roma.

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