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Marisa Fogliarini, Eur n. 1

Marisa Fogliarini, Eur n. 1, da qui

Imbatti. Uno: Talia

Il primo incontro fu con Talia, la sarta.
Cuciva maschere e costumi
per guitti veri e pei professionisti.
Grigio di vento e pioggia

era il mattino di Pasqua;
nel caglio dell’alba custodiva
un involto sotto il braccio e procedeva
sicura e spedita, senza intoppi.

Mi stupii di vederla fuori dall’antro
In cui tagliava e abbinava pezze di tela ruvida,
pelle d’uovo e taffetà, talvolta shantung.
All’occhio esterrefatto rispose allora quieta:

«Da terza grazia mi hanno declassata, faccio
Il lavoro sporco, dicono, ma da oggi io dono in
contrabbando tele tutte di un pezzo a chi
abbandona l’uniforme del comodo torpore».

Imbatti. Due: Retroguardia

Retroguardia conobbi, fu il secondo.
Con la sinistra il dito sulle labbra e
con la destra il gesto di seguirlo.
Non parlava. Alle pareti erano

scacciapensieri in varie fogge,
non dondolavano lievi senza vento.
Arrivati al fondo, un riflesso ci accolse,
come un baluginio timido e tondo.

Erano pesci rossi con contorno
di ninfee, ne divinava Retroguardia
guizzi e giravolte. «Mi hanno tolto il lavoro»,
infine disse, «capisco molto però guardando loro».

Imbatti. Tre: Malina

La terza fu la volta di Malina.
Nelle cocche portava del grembiule
una scorta di ortiche, unico scampo
suo alla torre di fame settennale.

Sul dorso aveva appesa una lanterna.
«Faccio luce, esordì, a chi ha per bussola
il sembiante eppur pretende di distinguere
il vero. Anche l’amato volli aiutare e ancor

s’avverte il tocco a vuoto degli indizi sparsi
mai raccolti. Muto l’accento a volte, mi trasformo
in pedone, nascondo la lanterna sotto il manto,
dalla scacchiera ammicco placida in incognito.

Imbatti. Quattro: Aritessa

Se perdo il filo, implora e non seguirmi.
Le parole eran queste della quarta,
Aritessa il suo nome, lieve il gesto
di invito a tralasciar la vana impresa.

A stuzzicar la gratuità cocciuta
s’aggiunse lampo d’iridi irridenti,
contraddetto beffardo e temerario
d’ogni sopore comodo e pasciuto.

Anna Maria Curci, da: Inciampi e marcapiano, LietoColle 2011, 57-60


Imbatti. Cinque: Obliquo

«Sia la tua veste fatta di percalle».
Fu Talia, ancora lei, a sussurrare.
Alle sue spalle scorsi, era penombra,
sagoma incerta e dura a decifrare.

Con la pezza di stoffa sotto il braccio
sigaretta di filo e metro al collo
già mi squadrava Obliquo e scosse il capo:
«Non cercare tra sete il tuo tessuto».

Anna Maria Curci
24 giugno 2013

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